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		<title><![CDATA[LibertⒶndreaPapi]]></title>
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			<title><![CDATA[La fobia della democrazia diretta]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=De_referendum"><![CDATA[De referendum]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_024hi0a7"><div style="text-align: left;"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/bersani-wolverine-scissione-pd-meme.jpg"  title="" alt="" style="width:401px; height: 210px;" /><span style="text-align: justify;" class="fs13 ff1">&nbsp;Il fobico Bersani</span><br></div><div style="text-align: left;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs27 ff1"><b>La fobia della democrazia diretta</b></span><div><span class="fs13 ff1">Il 29 marzo scorso, intervistato da Goffredo de Marchis per il quotidiano <i>La Repubblica</i>, riferendosi ai Cinque Stelle fra le altre cose Bersani ha detto: «<i>Hanno la suggestione autoritaria della democrazia diretta</i>». In realtà non m’interessa ciò che il signor Bersani pensa dei “cinque stelle”, mentre vorrei spendere due parole sul frettoloso giudizio che esprime, perché risulta un giudizio sulla democrazia diretta in quanto tale, tradendo una gran confusione, tipica dell’asfittico periodo che stiamo vivendo.</span><br></div></div><div style="text-align: justify;"><div><span class="fs13 ff1">Soprattutto mi vien da ridere pensando che un tipico rappresentante di un partito, democratico senz’altro, ma derivato dal defunto partito comunista, che storicamente si è sempre contraddistinto per la sua grande impostazione autoritaria, si permetta di tacciare di autoritarismo, senza fra l’altro degnarci di un minimo di motivazione, modalità e approcci sorti per superarlo.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Molto probabilmente il Bersani connota con quella attribuzione cose che con essa hanno ben poco a che spartire, come appunto le famose consultazioni online dei pentastellati. Purtroppo oggi molti, troppi, la pensano più o meno allo stesso modo. Si aggira infatti una pervicace convinzione che referendum e consultazioni in rete siano ascrivibili tra le metodologie tipiche in tal senso, mentre, pur essendo molto in voga, hanno ben poco a che fare con un’autentica e coerente azione di democrazia diretta, soprattutto per come sono praticate e impostate.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Secondo ciò che propone Wikipedia, <i>La democrazia diretta è una forma di democrazia nella quale i cittadini possono, senza alcuna intermediazione o rappresentanza parlamentare (democrazia rappresentativa), esercitare direttamente il potere legislativo</i>. Sostanzialmente giusto, ma insufficiente, perché ristretto a praticabilità legislative esistenti. Il concetto originario ha invece un’ampiezza filosofica e libertaria molto più realistica in senso emancipativo e rivoluzionario. Non possiamo restringere la visione delle cose all’asfissia dell’esistente, pena il soffocamento delle possibilità di autonomia e dell’esercizio della libertà.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Il concetto di “democrazia diretta” fu pensato perché la democrazia applicata attraverso le rappresentanze istituzionali conduce verso società che ne contraddicono i presupposti originari. Com’è noto, o dovrebbe esserlo, demo/crazia significa “governo del popolo”, ovvero che il popolo mette in atto modalità di gestione attraverso cui da sé riesce a governare se stesso, altrimenti detto auto/gestione o auto/governo. Le forme della rappresentanza messe in atto dalla cosiddetta “democrazia rappresentativa”, conducono invece verso situazioni nella maggior parte dei casi esattamente contrarie alle premesse originarie. Il fatto che continuamente ci siano rivolte e proteste, anche forti e generatrici di sommosse, contro le decisioni imposte dall’alto degli organi rappresentativi è lì a dimostrare la veridicità di ciò che sto affermando.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Il problema centrale di tutta la questione è la decisionalità. Chi decide? Per conto di chi? Come si decide? C’è possibilità di controllo e intervento dal basso? Conta il popolo, sempre invocato da tutti? Sempre il popolo, si riconosce nelle decisioni prese a suo nome e per suo conto? È evidente che tutto ciò non sta avvenendo, né può, né vuole avvenire. Il popolo è solo un alibi per una pseudo/legittimazione al comando e all’imposizione politica dall’alto, cioè autoritaria. Quando ci sono un alto e un basso ben marcati nella loro differenze di posizione, come pure quando ci sono imposizioni d’autorità e sottomissioni repressive, la partecipazione, che in origine doveva essere la caratteristica specifica di ogni democrazia, risulta mera finzione, mentre il baratro dell’irrilevanza delle persone considerate comuni è la sostanza e la forma di ciò che è effettivamente essente.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Ecco allora diventa importante la scommessa della “democrazia diretta”, la quale, se tale, dovrebbe superare l’esistente e mettere in atto pratiche e sperimentazioni che riescono a rendere effettive la partecipazione e le decisioni collettive in cui si riconoscono tutte e tutti i componenti della società. La “democrazia diretta”, se c’è, dovrebbe essere il luogo, la topia effettuale, dove l’insieme della società si riconosce, con tutte le sue differenze le sue dialettiche e i suoi conflitti, trovando il modo di agire per il bene di tutte e di tutti, quello che da sempre è stato definito “bene comune”.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Mi sembra evidente che non ne fanno parte i referendum, nei quali si può apporre solo un si o un no su quesiti predefiniti, attraverso cui si consulta l’umore generale senza una vera valenza decisionale, dal momento che a decidere secondo costituzione è sempre il parlamento. Così è per le consultazioni online ed ogni altra consultazione dove si viene chiamati a esprimersi su quesiti definiti e dibattuti da altri per noi, dove il nostro si o il nostro no sono solo strumento di consenso. Sono momenti che ben poco hanno a che fare con ciò che ho identificato come pratiche di democrazia diretta.</span></div><div><span class="fs21 ff2"><b>Andreapapi</b></span></div></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 05 Apr 2017 15:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Vecchia voglia di comunismo]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=oltre_le_ideologie"><![CDATA[oltre le ideologie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_3z01d64d"><div style="text-align: center;"><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Marx-Bakunin-1.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/Marx-Bakunin-1.jpg"  title="" alt="" style="width:377px; height: 226px;" /></a></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs27 ff1"><b>Vecchia voglia di comunismo</b></span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Nell’annunciare che dal 18 al 22 gennaio a Roma ci sarebbe stata una conferenza internazionale sul comunismo, giovedì 12 gennaio il quotidiano <i>Il manifesto</i> ha pubblicato un inserto dal titolo <i>I 100 anni che sconvolsero il mondo – dentro e oltre la presa del palazzo d’inverno</i>.</span><div><span class="fs13 ff1">Per chi nuota da sempre nelle acque agitate della sinistra, in particolare di quella estrema ed extraparlamentare, l’anno appena iniziato, il 2017, ha una particolare importanza perché segna la ricorrenza secolare della rivoluzione russa del 1917. È per questo che l’inserto s’intitola “i 100 anni…”. Proprio un secolo fa infatti, prima nel febbraio, quando fu detronizzato lo zar, poi nell’ottobre, quando ci fu la “presa del Palazzo d’Inverno”, ebbe luogo la rivoluzione che portò i bolscevichi al potere. Un potere che durò fino al fatidico 1989, noto come l’anno della caduta del muro di Berlino.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Quella rivoluzione fu molto importante e assunse una valenza simbolica di riscatto sociale che per alcuni ancora detiene. Gli anarchici, che vi presero parte con grande convinzione, furono poi decimati non appena s’insediò il potere bolscevico. Un potere che risultò spietato e represse nel sangue ogni opposizione e diversità di vedute. Attraverso una ferocissima dittatura, che si auto/spacciava come proletaria, ma che era soltanto del “partito-stato” che aveva preso il potere, il bolscevismo s’impose con grande violenza su e contro tutto e tutti, per poi inesorabilmente logorarsi in circa settant’anni di assolutismo politico fino all’estinzione. Una vera e propria implosione senza speranza, simbolicamente coincidente con la caduta del muro di Berlino.</span></div><div><span class="fs13 ff1">La mia è chiaramente una visione da anarchico, che trova però una grandissima convalida con lo svolgersi avvenuto dei fatti. Gli anarchici, una volta estromessi dai soviet con la prepotenza della violenza del potere centrale, capirono e dissero che quella rivoluzione sarebbe stata un fallimento perché aveva abbracciato la via della tirannia gerarchica statuale e partitica, abbandonando quella della liberazione egualitaria e solidaristica. E così è stato.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Oggi, costretti ad ammettere il fallimento, non soltanto di quella rivoluzione, ma della dottrinaria via di transizione verso il comunismo, com’essi definivano la statualità dittatoriale che avevano imposto, i neo/comunisti, giustamente, continuano ad interrogarsi. Cercano di capire cos’è successo, come possono sostenere le loro convinzioni ancora oggi e quali siano le possibilità di riprendere quella lotta contro il “vittorioso e vincente” capitalismo, che in cuor loro non hanno mai abbandonato. Quel capitalismo che tutt’ora, secondo il loro giudizio, è pienamente in auge, ben vivo e vegeto. Il convegno/conferenza tenutosi a Roma e l’inserto del manifesto, provano a interrogarsi in tal senso proponendo una profonda riflessione a tutto campo.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Avendo letto l’inserto con molto interesse, pur non avendo partecipato al convegno, mi sento di dire al cune cose.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Inequivocabile la piena ammissione che fanno del fallimento, mentre da ogni parola trasuda la voglia di capire cosa sia effettivamente successo e quali errori siano stati commessi. In questa ricerca identifico un’autentica voglia di uscire dall’impasse che la sconfitta storica ha inflitto agli eredi di Marx e del marxismo che, con lodevole pervicacia, continuano a dimostrare un grande appetito di comunismo, ma soprattutto fede in esso.</span></div><div><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/concetto-di-comunismo-parola-nuvola-sfondo.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/concetto-di-comunismo-parola-nuvola-sfondo.jpg"  title="" alt="" style="width:183px; height: 122px;" /></a><span class="fs13 ff1">&nbsp;Ci sono però alcuni aspetti che mi lasciano perplesso, perché mi danno l’idea che non riescano ad uscire da certe impostazioni dottrinarie che, proprio per la rigidità che le distingue, incapsulano il pensiero in gabbie che obnubilano la vista sulle effettive dimensioni del reale, sia concreto che simbolico. Ci sono senz’altro la consapevolezza e l’ammissione che il mondo è cambiato e continua a cambiare profondamente. Ma la lettura del cambiamento è filtrata dai paradigmi ortodossi della dottrina, evidentemente considerata irrinunciabile, che però, proprio per questo, purtroppo ne vizia la comprensione.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Guardiamo per esempio al significato del tanto auspicato comunismo. Il comunismo è una visione di relazioni sociali e comunitarie caratterizzate dalla condivisione e dallo scambio reciproco e solidale, diventato un insieme di idee economiche, sociali e politiche, accomunate dalla prospettiva di una stratificazione sociale egualitaria, che presuppone la comunanza dei beni. Le tensioni e le idee di comunismo sono molto antiche e possiamo trovarne dei semi e degli aspetti fin dalle esperienze tribali pre-storiche. Le prime comunità cristiane, per esempio, si fondavano senz’altro su chiari presupposti comunistici.</span></div><div><span class="fs13 ff1">L’impostazione che gli diede Marx caratterizza però il comunismo in senso smaccatamente economicista. La famosa formula con cui lo stigmatizzò, a ognuno secondo i suoi bisogni da ognuno secondo le sue possibilità, è molto chiara in tal senso. Tanto è vero che i suoi epigoni, nel momento in cui hanno tentato di applicarlo, lo hanno fatto attraverso regolamentazioni dall’alto, trasformandolo in pianificazioni economiche imposte. Visione e applicazione che senz’altro si sono dimostrate un modo per impoverirne senso e possibilità. Se non si chiarisce perciò che è stato un modo di ingabbiare, attraverso formule dottrinarie, una visione molto più ampia e ricca, non si fa altro che riproporre in modo aggiornato lo stesso incantesimo ideologico con cui il bolscevismo l’ha intrappolato.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Un altro aspetto che continua a riproporsi con ostinazione è il classismo dualistico quale base determinante della diseguaglianza economica. Dev’essere innanzitutto chiaro che le classi esistono. Classi e categorie sociali differenti esisteranno sempre fino a quando ci sarà chi ha di più e moltissimo contrapposto a chi ha poco o addirittura nulla. Una condizione socio/economica che continuerà a generare scontri e conflitti, anche cruenti, di varia maniera e intensità.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Ma il punto non è questo. Il punto è che il marxismo, nelle sue varie e differenti determinazioni, si fonda anche sull’assunzione ideologica di un dualismo classista antitetico, determinatore fondamentale di tutte le dinamiche socio-economiche, attorno a cui ruota l’insieme dei movimenti sociali. La classe sfruttata di riferimento, il proletariato dell’industria, in opposizione antitetica alla classe proprietaria, la borghesia capitalista, nella lettura marxista sono l’antitesi storica privilegiata che determinerà il movimento delle cose. Questo perché ritiene che il riferimento principe sia l’economia produttiva, considerata fondamento economico della società. La struttura della produzione industriale borghese impone dei rapporti di classe, sfruttati e sfruttatori, che determinano un conflitto strutturale irrisolvibile. In questo determinismo economico e storico, secondo il marxismo, sta il centro della lotta e tutto passa attraverso questo conflitto.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Ora è successo che la centralità economica, nel senso di luogo che determina e condiziona, si è spostata dal momento produttivo a quello finanziario, capace sempre di più di condizionare e determinare le scelte della produzione. Al contempo, i produttori sono sempre meno gli operai, sostituiti progressivamente da processi informatici e di automazione. Il luogo privilegiato della determinazione socio-economica non può più essere considerato quello della produzione industriale, in cui fra l’altro il conflitto di classe tende ad attenuarsi per la scomparsa progressiva della classe operaia (al posto degli operai le macchine e i computer).</span></div><div><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/lavoratore-in-possesso-di-chiave-inglese.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/lavoratore-in-possesso-di-chiave-inglese.jpg"  title="" alt="" style="width:114px; height: 147px;" /></a><span class="fs13 ff1">&nbsp;Di qui la decadenza de facto della visione classista, pilastro irrinunciabile dell’ermeneutica marxista. Invece mi sembra che i neo/comunisti, nelle loro riflessioni cerchino di leggere il nuovo e il cambiamento sempre attraverso la lente di un classismo classico, continuando ad annaspare nella ricerca dei nuovi proletari e della nuova borghesia. Forse perché non riescono a concepire il mondo senza quel paradigma che da senso alle basi della loro dottrina. Così identificano lo spostamento dal proletariato classico a quello “sociale”, parlano di borghesia finanziaria invece che di borghesia produttiva, come pure citano sempre meno le masse per parlare, spinozianamente, di moltitudini. Ma i termini hanno senso se collegati ai processi e agli intrecci di cui sono espressione. Se processi e intrecci cambiano di senso e collocazione socio-simbolica, si può anche continuare a chiamarli con le vecchie denominazioni, ma la portata e la direzione dell’analisi non possono essere più le stesse. Perde perciò di senso continuare a riproporre la stessa visione in un tentativo di aggiornamento che invece la stravolge e non interpreta più il reale in movimento.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Ciò che sta avvenendo, impoverimento progressivo dei più e aumento delle diseguaglianze, in massima parte non è più determinato in primis dallo sfruttamento nei luoghi di produzione industriale, ma soprattutto dalla speculazione. La spinta all’accumulo non è più tanto per aumentare il profitto, ma per dilatare a dismisura la rendita finanziaria. Lo sfruttamento e la sottomissione sono sempre di più nelle condizioni di vita cui ci costringono, da cui non riusciamo a prescindere, sempre meno nei luoghi delle produzioni industriali. Non ha più senso propugnare lotte perché la classe sottomessa prenda il potere (la lotta di classe), ma per l’autonomia esistenziale, per la libertà dal bisogno e dalle imposizioni.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Bisognerebbe perciò liberarsi delle dottrine e delle loro gabbie ideologiche, per cercare di capire bene come procede la spietatezza del dominio, in tutte le sue nuove forme, sociali politiche economiche e finanziarie. Dovremmo cercare di riproporre in forma aggiornata non ideologica un’emancipazione vera dallo stato di cose presente, come pure dal futuro che ci si prospetta. Il nostro intento dovrebbe essere quello di voler addivenire ad un’autentica condivisione sociale, mutuale e solidale, non meramente comunismo economico.</span></div><div><span class="fs13 ff1">Smettiamola di tentare di riadattare la realtà a impostazioni ideologiche, ormai autoreferenziali, ritenute religiosamente eterne.</span></div><div><span class="fs19 ff2"><b>Andreapapi</b></span><span class="fs27 ff1"><b><br></b></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 25 Jan 2017 15:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Non sono partigiano né del si né del no]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=De_referendum"><![CDATA[De referendum]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_a2e28427"><div style="text-align: left;">&nbsp;<a href="http://www.libertandreapapi.it/files/ne-si-ne-no-1.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/ne-si-ne-no-1.jpg"  title="" alt="" style="width:328px; height: 124px;" /></a>&nbsp;<a href="http://www.libertandreapapi.it/files/ne-si-ne-no-4.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/ne-si-ne-no-4.jpg"  title="" alt="" style="width:303px; height: 123px;" /></a><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">La piega che ha preso la propaganda riguardante la partecipazione al prossimo referendum sulla riforma della Costituzione, voluta dal governo Renzi, scade a tratti nel patetico fino a trovarsi collocata in uno stagno che trasuda insulsaggine. I partigiani dell’una e dell’altra parte si stanno scannando, vicendevolmente accusandosi, a seconda del sostegno alle tesi del si od a quelle del no, di essere conservatori o tiranni.</span></div><div style="text-align: justify;"><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/ne-si-ne-no-5.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/ne-si-ne-no-5.jpg"  title="" alt="" style="width:176px; height: 132px;" /></a><span class="fs13 ff1">&nbsp;La prima cosa che salta agli occhi è che sono saltate le appartenenze. Se ancora qualcuno fosse convinto che in sede istituzionale abbia senso parlare di destra e sinistra, penso seriamente che debba ricredersi. Secondo uno schema classico, quello con cui la mia generazione si è educata, la Costituzione è nata in seguito alla sconfitta del fascismo e per molti aspetti propone valori e metodi espressi dalla sinistra resistente al fascismo. Le destre e i filofascisti dovrebbero perciò essere in qualche modo contrariati da essa, mentre la sinistra in genere ci si dovrebbe riconoscere. In seguito agli schieramenti generati dal referendum, destra e sinistra si trovano insieme a lasciarla com’è mentre il Pd, ufficialmente di centro/sinistra, vuole cambiarla, a modo suo ovviamente.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">I due fronti di riferimento classici erano geneticamente la sinistra proponente libertà, democrazia e uguaglianza sociale, opposta alla destra, quella filofascista nostalgica del ventennio dittatoriale e quella moderata che appoggerebbe la borghesia e i poteri forti, rifiutante logiche di protesta e proponente un ordine ferreo e il rispetto delle leggi. Tagliate molto con l’accetta, queste dovrebbero essere le differenze identitarie, che tradizionalmente distinguevano cultura di destra e cultura di sinistra. Niente più di tutto ciò. Oggi anche le destre straparlano di libertà e uguaglianza, avendo in realtà presenti regimi che s’impongono d’autorità e danno spazio a sentimenti xenofobi, se non addirittura razzisti, facendo supporre di conseguenza che si riferiscano a "libertà" dagli immigrati e da chi non la pensa come loro. La sinistra istituzionale invece, in origine nemica tradizionale delle prefetture governative e dei governi borghesi, rischia oggi di apparire come il loro più accanito difensore.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Inoltre, eminenti personaggi provenienti dai due fronti contrapposti (Fini con Dalema o Brunetta con Vendola siano esempi per tutti) si trovano dalla stessa parte per il raggiungimento di obbiettivi di mera gestione del potere, non più rappresentativi né collegabili alle due differenti visioni su cui si sono formate destra e sinistra. L’alibi, o la scusa, di questo “allegro connubio” sono il cambiamento o meno di parti della Carta Costituzionale, oppure le modalità di voto elettorale. Il centro vero della questione però sono la gestione del Governo nazionale e la governabilità, cioè la possibilità di esercitare la funzione di governo rendendo minima l’azione dell’opposizione parlamentare. Ciò che si svolge a livello popolare extra/parlamentare non è neppure contemplato come possibilità para/istituzionale, essendo considerato di solo disturbo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Tutta questa vicenda, derivata dal referendum costituzionale 2016, mi sembra concerni più che altro materia e metodologia esclusivamente inerenti la gestione del potere politico, oggi espressione dei sistemi di imposizione economico/finanziaria vigenti. Non credo di essere vano profeta se sono convinto che non cambierà la sostanza delle cose, indipendentemente che vinca il si o il no. In caso di non approvazione referendaria tutto il sistema istituzionale italiano resterà invariato, esattamente com’è stato fino ad ora. Capirai che risultato! Lo dico soprattutto nella consapevolezza che quella che si continua a chiamare “sinistra” caldeggia apertamente per un tale risultato. Se al contrario vincerà il si, si verificheranno piccoli cambiamenti di gestione istituzionale. Avendo necessariamente uno sguardo ora solo ipotetico dal momento che non si tratta di pratica viva, questi piccoli cambiamenti, dal punto di vista delle procedure parlamentari, non renderanno che un po’ più verticale la gestione del potere politico centrale dello stato. Si tratterà probabilmente di un ulteriore passo in avanti verso una reazionaria e autoritaria concentrazione dei poteri nazionali, che già, da sempre,&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs13 ff1">non godono</span><span class="fs13 ff1">&nbsp;di buona salute.</span></div><div style="text-align: justify;"><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/ne-si-ne-no-3.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/ne-si-ne-no-3.jpg"  title="" alt="" style="width:192px; height: 137px;" /></a><span class="fs13 ff1">&nbsp;Personalmente non ritengo che sarà un bene sia nell’un caso che nell’altro. Soprattutto ritengo che i problemi che dovrebbero interessarci siano ben oltre una tale superficiale diatriba, che sta solo favorendo ulteriormente lo sparigliamento delle carte di una destra e una sinistra in completa agonia. Soprattutto perché nell’un caso come nell’altro continueranno a decidere, per noi su di noi, sempre le stesse elite elette. Come ora, non saranno certamente organismi popolari di base a poter intervenire o incidere nel livello politico decisionale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Dal mio punto di vista ci vorrebbe la consapevolezza che non basta un maquillage procedurale, qualunque esso sia, per riuscire a risollevare le sorti delle democrazie rappresentative. Per prima cosa perché, ammesso che lo abbiano mai fatto veramente, strutturalmente da tempo ormai non riescono a rappresentare più nessuno, se non se stesse in quanto strutture istituzionali. Per seconda cosa perché ovunque nel mondo i poteri politici nazionali, sottoposti alle irresistibili pressioni dell’incalzante finanziarizzazione globale, extrastatale e sovranazionale, sono sempre meno autonomi e contano sempre meno. Hanno, infatti, sempre meno possibilità di scelta e di movimento. Gli stati di fatto sono sempre più amministratori territoriali per conto di …</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Cosa volete che interessi alle vere potentissime forze che ci condizionano e s’impongono se abbiamo un sistema parlamentare di un tipo o di un altro, o se le procedure di voto si esprimono così o cosà? Non gliene frega proprio nulla e dal loro punto di vista hanno ragione. Erano problematiche che avevano un senso quando Montesquieu o Tocqueville riflettevano sul funzionamento di uno stato liberale dove le decisioni avrebbero potuto risultare autonome, come effettivamente potevano avere un senso in qualche modo rappresentativo. Ma a quei tempi la sinistra, che ragionava in modo coerentemente radicale, giustamente li contestava perché non tenevano conto dello sfruttamento operaio e non volevano superare l’autoritarismo politico centralizzato. Oggi contesto ed orizzonte socio/politici sono completamente cambiati e il senso profondo di queste questioni si è progressivamente annichilito. Le problematiche vere sono diventate ben altre, mentre i poteri che contano e ci condizionano sono collocati in altri ambiti, oltre gli stati, le nazioni e le loro modalità di gestione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Per tutto ciò in coerenza mi asterrò dall’essere complice. Non parteciperò al voto, limitandomi ad osservare, probabilmente disgustato, come le strutture in via di consunzione dei poteri politici portano avanti l’ennesima lotta intestina, per ottenere “illusioni di potere” che, nolenti, stanno vivendo una naturale disgregazione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs19 ff2"><b>Andreapapi</b></span><br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 19 Oct 2016 16:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Le aporie del “Fertility Day”]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=difesa_della_razza"><![CDATA[difesa della razza]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_n1dm7i0q"><div style="text-align: justify;"><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/2---fertilityday.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/2---fertilityday.jpg"  title="" alt="" style="width:145px; height: 145px;" /></a><span class="fs12">&nbsp;</span><span class="fs13 ff1">Osservando con sguardo cosmopolita viene spontaneo esclamare «Che grossa stupidaggine simile preoccupazione!» A che pro, infatti, essere in apprensione perché nascono meno italiani? La campagna per il “Fertility Day”, com’è stata definita dal ministro Lorenzin che l’ha lanciata, sa di un’epoca in cui gli individui servivano perché lo stato aveva bisogno di “carne da cannone” per le sue guerre. Oppure rimanda alle “glorie” di un passato in estinzione, se non addirittura già estinto, quando l’unica ricchezza che avevano i lavoratori era la prole, cioè i figli, perché erano braccia per lavorare. Per questo si chiamavano “proletari”, possessori di prole appunto. I figli erano importanti per alimentare l’illusione di “rimpinzare” con qualche soldo in più le magre paghe, ineludibile risultato di tante ore di fatica non riconosciuta.</span></div><div style="text-align: justify;"><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/1---fertilityday.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/1---fertilityday.jpg"  title="" alt="" style="width:144px; height: 144px;" /></a><span class="fs13 ff1">&nbsp;Questa fregola identitaria sa proprio di retorica nazionalista. Non a caso il fascismo fece campagne efficaci per incentivare le nascite, anche con aiuti monetari. Dovevano servire per avere sempre più manipoli per “servire la patria”, cioè il duce e la sua classe dirigente. Al di là di questo recinto declamatorio un po’ troppo demodé, proviamo a chiederci: «Ma poi chi sono in fondo gli italiani? Esiste veramente il tipo italiano puro, tale che ha senso invocarne la perpetuazione?». Credo che se ci si sforzasse seriamente per trovare la purezza di un’etnia rimasta intatta nei millenni, riconducibile a una concreta e veritiera identificazione di italianità, faremmo un grande buco nell’acqua. Basta leggere un po’ di storici romani per rendersi conto che già fin d’allora proprio Roma, la culla storicamente accertata di una “gloriosa italianità”, sia stata per secoli un veicolo insostituibile di possibilità d’incontri di razze ed etnie diverse, che si sono mescolate annullando felicemente ogni improbabile purezza originaria.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Se c’è un luogo storicamente convalidato e accertato dove concretamente il meticciato ha bellamente trionfato nei millenni, questo è il territorio italico nella sua interezza, con Roma epicentro meravigliosamente fertile d’incontri e mescolanze di ogni tipo. Da questo punto di vista si può azzardare la metafora gioiosa che gli italiani sono il risultato di un’esplosione orgiastica di annichilimento delle identità etniche originarie, ammesso che ce ne siano mai veramente state (cosa di cui dubito seriamente).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Perché dunque invocare un’altra volta la rivendicazione di orgogli nazional/identitari inesistenti, in tempi come questi di globalizzazione, di superamenti territoriali e di sistematici incontri tra individui in ogni dove, in una pluralità di razze, religioni, culture e modi di essere? Sempre di più si viaggia, si conosce e si è curiosi di non rimanere “inchiodati” dietro l’uscio di casa.</span></div><div style="text-align: justify;"><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/denatalita.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/denatalita.jpg"  title="" alt="" style="width:153px; height: 115px;" /></a><span class="fs13 ff1">&nbsp;Invece di tentare di salvaguardare ciò che non è possibile custodire in quanto non esiste, perché non si tenta di promuovere il suo contrario, investendoci sopra e valorizzandolo? Invece della difesa di un’immaginaria identità etno/nazionale, che più che una realtà è una costruzione ideologica, perché non si incentiva l’incontro e la mescolanza, non si innesta cioè un cambio di paradigma culturale? Dalla salvaguardia dell’italianità al suo opposto, la promozione del meticciato. Per quel che mi riguarda sarebbe meraviglioso! A poco a poco ci interesserebbe sempre meno essere italiani, mentre saremmo stimolati a diventare, soprattutto culturalmente e psicologicamente, “cittadini del mondo”.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1"><i><b>… nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà …</b></i></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1"><i><b><br></b></i></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1"><b>Italianità culturale non statale<br></b></span><div><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/rinascimento-1.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/rinascimento-1.jpg"  title="" alt="" style="width:206px; height: 118px;" /></a>&nbsp;<a href="http://www.libertandreapapi.it/files/uomo_vitruviano.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/uomo_vitruviano.jpg"  title="" alt="" style="width:118px; height: 118px;" /></a><span class="fs12">&nbsp;</span><span class="fs13 ff1">Al di là di tutto ci sono comunque dei riferimenti che storicamente ci caratterizzano e possono farci dire che esiste un’italianità identificabile. È ciò che è conosciuto come “italian style”, lo stile italiano. È un insieme di qualità che ci distinguono, che si sono affinate e affermate nei millenni, le quali comprendono le nostre note capacità creative, la mole di produzione artistica, la capacità di scoprire, esplorare e viaggiare, il rinascimento, l’arte, la poesia, la filosofia, il diffuso culto della bellezza. Una distinzione innegabile, che rifulge e di cui siamo fieri. Ma dev’essere chiaro che non si tratta di frutti o prodotti derivati da genialità insite in un’inesistente etnia o razza. Bensì espressioni di individui particolarmente abili e geniali che nei nostri territori hanno trovato le condizioni e il clima che hanno permesso loro di potersi esprimere: il mecenatismo, l’epoca dei comuni e delle signorie, il bisogno di vivere al meglio. Condizioni e clima che sono stati possibili proprio per il continuo mescolarsi e incontrarsi di razze e culture differenti che ha distinto le varie storie italiche. Non a caso l’unità nazionale è venuta soltanto col risorgimento ottocentesco, di fatto imposta dall’occupazione militare sabauda, che ha annesso a sé i vari territori, fino allora vissuti separatamente e frequentemente in conflitto tra loro.</span></div><div><span class="fs13 ff1"><i><b><br></b></i></span></div></div><div><span class="fs19 ff2"><b>Andreapapi</b></span></div><div><br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 27 Sep 2016 16:34:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Turchia “golpita”: la deriva della democrazia]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=democrazia_dispotica"><![CDATA[democrazia dispotica]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_gd3yat7b"><div style="text-align: justify;"><span class="fs12">&nbsp;</span><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Erdogan-nazi.gif" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/Erdogan-nazi.gif"  title="" alt="" style="width:109px; height: 161px;" /></a><span class="fs12">&nbsp;</span><span class="fs13 ff1">Ciò che è avvenuto e sta avvenendo in Turchia ha del grandioso. Un vero e proprio “colpo di stato”, attivato dall’opposizione a un “non/colpo di stato”, sta trasformando la natura di quello stato turco a impronta laica che Ataturk, il padre della Turchia moderna, aveva avviato circa un secolo fa attraverso una serie di riforme fondamentali dell’ordinamento della nazione. Il paradosso di questo divenire in atto è che il vero “golpe”, quello trionfante, si presenta come il “ripristino della democrazia”, perché sostenuto dall’appoggio del popolo, sceso massicciamente nelle piazze per riportare il tiranno al potere, quando era sembrato che per circa quattro ore gli fosse stato sottratto.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Le prime notizie che giungevano ci dicevano che il presidente Erdogan aveva invitato i cittadini a scendere in piazza per ribellarsi ai golpisti, sostenendo «<i>Continueremo a esercitare il potere democratico</i>». Obama, Merkel e la Ue si sono subito schierati a favore del presidente. Oltre 2800 persone sarebbero immediatamente state arrestate (15 luglio).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Ciò che sta avvenendo lo ha definito con grande acume Nadia Urbinati: <i><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Nadia-Urbinati.pdf" class="imCssLink">La democrazia dispotica</a></i>. Una situazione in cui il dittatore, eletto a suo tempo democraticamente, e le sue strutture di conservazione hanno il consenso della maggioranza della popolazione, la quale consente brutalità e repressione efferate, applicate per realizzare un moderno califfato, più o meno mascherato. L’autocrate Erdogan, autore di questo blitz politico, ha da subito ostentato con arroganza la sua forza (<i><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Paolo-Brera.pdf" class="imCssLink">Paolo Brera</a></i>). Senza alcun pudore si sta dimostrando il despota che avevamo sempre sospettato da quando, forte dell’elezione che l’aveva “incoronato”, era riuscito a prendere in mano le redini ai vertici dello stato turco. Forte di una pilotatissima “volontà del popolo”, sta eliminando ogni opposizione, assieme a tutti gli insegnanti e i giudici che non si adeguano ad eseguire i suoi ordini dispotici (<i><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Paolo-Gallori---Erdogan-ad-Ankara-per-consiglio-di-sicurezza.pdf" class="imCssLink">Paolo Gallori</a></i>).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Personalmente sono molto d’accordo con ciò che in un’auto/intervista sostiene <a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Antonio-Ferrari-intervista.pdf" class="imCssLink">Antonio Ferrari nel <i>Corriere della Sera</i></a>. Avanza con decisione il più che sospetto, una quasi certezza, che il “mini-golpe sventato”, come con ironia lo definisce, durato appena quattro ore, sia stato pilotato da Erdogan per rafforzare il proprio potere e per trasformare la natura dello stato laico ereditato da Ataturk, indirizzandolo verso un'accentuata islamizzazione, cioè attuare, anche costituzionalmente, una teo/crazia a impronta sunnita, che per ciò stesso diverrebbe leader nella regione medioorientale, da decenni scossa proprio da tensioni in tal senso.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Di questo “golpe” che usufruisce di un “non-golpe” si è scritto e si sta scrivendo parecchio, giustamente ed anche con competenza, perché per diverse ragioni rappresenta una svolta enorme destinata a mutare per sempre la geo-politica, non solo del medio-oriente, ma in tutto il mondo. A me interessa in particolare per un aspetto su cui mi soffermerò qui in breve, che per esigenza di semplificazione chiamerò: la deriva della democrazia.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Ciò che sta avvenendo in Turchia è l’esplicazione nel concreto di un sistematico abbattimento del senso e dei valori conclamati dall’occidente, che fin da subito ha trasformato i sistemi politici a tendenza democratica in una finzione che ci sovrasta, la cosiddetta “democrazia rappresentativa”, che personalmente con sarcasmo ho chiamato “non democrazia” (<i><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/-si--La-non-democrazia-in-agguato.pdf" class="imCssLink">La "non democrazia" in agguato</a></i>). Ora è sempre più ridotta all’osso, mentre i valori su cui la liberal-democrazia di origine illuminista l’aveva pensata e fondata sono da tempo stati messi bellamente da parte, perché in realtà nessun uomo che sia al comando, o vi aspiri o presuma di esservi, vuole veramente la esaltata vera partecipazione dal basso. Non riuscirebbe ad esercitare il potere nei modi e nelle forme cui aspira e per cui ha chiesto e propagandato il consenso.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Così sono stati messi in atto meccanismi e tecniche applicative che riducono al minimo la partecipazione reale dal basso, riducendola demagogicamente a “estorsione del consenso” per avere la legittimità a decidere e imporsi al di là dell’effettivo “volere popolare”. Così praticamente la partecipazione si è ridotta al mero momento del voto, che a sua volta si è ridotto a una mera squallida designazione degli uomini al comando, senza l’ombra di un mandato e senza effettive possibilità di controllo dal basso. Praticamente col voto ormai non scegliamo i “rappresentanti”, come continuano a gabellarci, ma i padroni, all’occorrenza i despoti, che devono inappellabilmente comandarci e imporci il “volere superiore” degli stati, oggi anche della globalizzazione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">È questo sostrato di fatto, continuamente perfezionato teoricamente dai vari intellettuali più o meno organici e sistematicamente propagandato dai diversi media all’opera, che ha preparato il terreno per cui, basta che venga eletto, può eleggersi qualsiasi oppressore autoritario che, avendo il consenso elettorale, esercita la propria dittatura, in genere sempre spietata, “democraticamente” legittimato. È quello che ultimamente è successo, per esempio, con Morsi in Egitto, eletto a maggioranza in nome dei “Fratelli musulmani” poi spodestato dal golpe militare del dittatore Al-Sisi, ed ora in Turchia con Erdogan.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Sono gli effetti di una sciagurata “propagazione della democrazia”, vanto dell’occidente, che, ridotta dallo stesso occidente a mero esercizio votaiolo, ha finito col metamorfizzarsi in una banalizzazione semplificatrice. Basta che si voti, si può votare a maggioranza anche uno spietato tiranno, che poi spolperà l’esercizio della democrazia fino al punto di eliminarla del tutto e trasformarla in un'autentica orribile disumana dittatura monocratica. Come si può anche solo supporre che una visione profondamente teocratica, come quella che sprigiona da un islam coerente e conseguente, possa in qualche modo essere assimilata da una concezione democratica, nata storicamente da una rivoluzionaria secolarizzazione che aveva affossato il tradizionalismo integralista del clero e delle monarchie? Ora gliel’abbiamo restituita in forma aggiornata e, temo, peggiorativa.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Alla faccia del progresso sociale di cui l’Occidente continua a vantarsi.</span></div><div><span class="fs19 ff2"><b>Andreapapi</b></span><br></div><div><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/golpe-Tuchia-3---golpe-fallito.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/golpe-Tuchia-3---golpe-fallito.jpg"  title="" alt="" style="width:219px; height: 232px;" /></a>&nbsp;&nbsp;<a href="http://www.libertandreapapi.it/files/golpe-Tuchia-8---militari-seminudi-e-ammassati.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/golpe-Tuchia-8---militari-seminudi-e-ammassati.jpg"  title="" alt="" style="width:414px; height: 230px;" /></a><span class="fs19 ff2"><b><br></b></span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 24 Jul 2016 16:07:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[2016: glorie e titubanze di una Francia in rivolta]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=rivolte_nel_mondo"><![CDATA[rivolte nel mondo]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_fx209i1w"><div>&nbsp;<a href="http://www.libertandreapapi.it/files/loi-de-travail-1.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/loi-de-travail-8.jpg"  title="" alt="" style="width:197px; height: 118px;" /></a><span class="fs12">&nbsp;</span><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/loi-de-travail-2.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/loi-de-travail-1.jpg"  title="" alt="" style="width:212px; height: 119px;" /></a><span class="fs12">&nbsp;</span><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/loi-de-travail-3.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/loi-de-travail-3.jpg"  title="" alt="" style="width:213px; height: 120px;" /></a></div><div>&nbsp;<a href="http://www.libertandreapapi.it/files/loi-de-travail-4.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/loi-de-travail-4-cgt.jpg"  title="" alt="" style="width:210px; height: 105px;" /></a>&nbsp;<span class="fs12">&nbsp;</span><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/loi-de-travail-5.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/loi-de-travail-6.jpg"  title="" alt="" style="width:190px; height: 103px;" /></a><span class="fs12">&nbsp;&nbsp;</span><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/loi-de-travail-6.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/loi-de-travail-9.jpg"  title="" alt="" style="width:209px; height: 105px;" /></a></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Da diversi mesi una parte consistente della popolazione francese sta contrastando, anche in modo duro, l’approvazione della “Loi travail” (legge sul lavoro molto simile al jobs act di casa nostra) voluta dal governo socialista. Negli ultimi due mesi lo scontro col potere politico centrale sembra essersi ulteriormente esasperato, dal momento che le forze sindacali sono scese in campo con determinazione. L’intera Francia si trova così fortemente scossa da scioperi, sommosse, grandi partecipazioni assembleari nelle piazze delle più importanti città. Fortemente colpito dall’ampiezza della decisa partecipazione popolare che sembra non arretrare, dalle nostre parti qualcuno ha subito gridato, con troppo entusiasmo, alla rivoluzione nelle strade di Parigi, magari immaginando che saremmo davanti a una novella Commune a circa 150 anni di distanza.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Tutti noi in verità stiamo in qualche modo gioendo di fronte alla rivolta francese. In essa vediamo giustamente una specie di riscatto popolare di massa, dopo aver tanto solo subito praticamente ovunque. La tradizione e il cuore fortunatamente continuano ad essere solidali sempre e comunque con gli oppressi. Ma l’intelligenza e la spinta rivoluzionaria autentica non possono limitarsi all’entusiasmo iniziale, mentre hanno bisogno di comprendere quale sia la posta in gioco e verso cosa tendono rivolta e voglia di riscatto, ammesso che tendano verso qualcosa. Se non c’è questo sforzo di comprensione non potrà che riproporsi, per l’ennesima volta, la fine di tutto una volta che gli ardori iniziali si saranno placati, una volta che la voglia dello scontro si sarà sgonfiata, rimanendo soltanto desiderio di una minoranza sempre più minoranza, inesorabilmente destinata ad essere rintanata ai margini.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Un aspetto in particolare colpisce di primo impatto i sentimenti e le emozioni, non a caso pompato ad arte dai mass-media: la durezza dello scontro, da una parte e dall’altra, ogni volta che le folle scendono in piazza per manifestare la loro rabbia e gridare il loro desiderio di giustizia, con un uso sistematico della violenza. Risalta soprattutto che non sia solo la polizia a determinare lo scontro, com’è da sempre nel suo DNA repressivo, ma che in più d’un’occasione sia una parte dei manifestanti a volerlo e provocarlo, quasi vedesse nello scontro con le forze dell’ordine il fulcro fondamentale della lotta. A questo aspetto dell’azione rispondo con alcune frasi, (in <a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Numero-20---12-giugno-2016.pdf" class="imCssLink"><i>Umanità Nova</i> n°20</a> del 12 giugno 2016 - <i>Mobilitazione contro la “Loi travail”</i> e <i>Quale strategia oggi e nel futuro?</i>) del "Groupe Salvador-Segui", gruppo di compagni impegnati nella rivolta francese in atto: «<i>Non condividiamo la volontà di alcune/i di voler affrontare a tutti i costi la polizia – poiché questa è meglio equipaggiata ed addestrata di noi – ma ci opporremo sempre alla violenza della polizia</i>».</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Personalmente non condivido questa logica di attacco, non solo perché la polizia è meglio equipaggiata come sostengono i compagni francesi, ma perché sono convinto che, oltre a non portare da nessuna parte, devii il senso della lotta e ne sposti l’obiettivo. Trovo infatti estremamente illusorio, oltre che deleterio, anche solo supporre di poter conquistare militarmente, perché di questo si tratta, la supremazia per… imporsi? prendere il potere? costringere le autorità ad accettare le proposte riformiste con la forza? o per che cosa? A parte l’ovvia considerazione che è solo una minoranza a spingere per un crescendo della violenza, quindi non si tratta di una presa di coscienza collettiva generalizzata, trovo politicamente infantile supporre di poter abbattere il potere vigente in questo modo, costretti come siamo, nolenti, a subire potentissime forme di dominio sovrastatali che se ne fottono dei singoli casini territoriali. Se non è per abbattere il potere, per quale ragione allora alzare il livello dello scontro ed esporsi&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs13 ff1">più di quello che si è costretti a subire</span><span class="fs13 ff1">&nbsp;alla repressione, già di per sé sufficientemente alta? Tutto ciò non può certamente aiutare la lotta in alcun modo, la quale anzi rischia di essere fiaccata al di là della volontà e delle intenzioni dei “lottatori”. Del resto in proposito è significativo proprio ciò che è scritto sempre su </span><i class="fs13 ff1">Umanità Nova</i><span class="fs13 ff1">: «</span><i class="fs13 ff1">Un gran numero di manifestanti non partecipa più ai cortei a causa dei lacrimogeni che si beccano nelle manifestazioni: una parte del movimento sembra essere stato distrutto in questa maniera</i><span class="fs13 ff1">.»</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Per quanto invece riguarda il senso i contenuti e le modalità della lotta e della rivolta, ci sono aspetti incoraggianti e nuovi come il movimento "Nuits debout",&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs13 ff1">spontaneamente</span><span class="fs13 ff1">&nbsp;sorto fin dall’inizio nelle piazze, dove il permanente confronto assembleare permette scambi d’idee e di proposte innovative. Ma per superare rafforzati la fase iniziale si dovrebbe trovare uno slancio costruttivo di proposte concrete e sperimentazioni alternative. La mobilitazione generale invece, coi suoi contenuti sindacali e il suo bisogno di uscire dalle costrizioni di gabbie salariali sempre più opprimenti, fa fatica a trovare una sua specificità, in grado di dare una spinta innovativa più in sintonia con l’attuale dimensione del lavoro, in ostaggio e sottoposto al ricatto di egemonie finanziarie oltremodo soffocanti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">In proposito trovo interessante l’analisi del documento <i><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/ACRP---Una-primavera-senza-sole--bozza-.pdf" class="imCssLink">Una primavera senza sole – un tentativo di bilancio in piena corsa</a></i> (rilevato dal sito <i>Il lato cattivo</i>), distribuito durante la manifestazione nazionale del 14 giugno 2016 ed elaborato da <i>Alcuni comunisti della regione parigina</i>. Le critiche che pone, di un’unità del movimento&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs13 ff1">non così scontata</span><span class="fs13 ff1">, assieme alla sottolineatura dei limiti della sua ampiezza, «<i>partecipazione più modesta che nel 2010</i>», inducono a riflettere, a non accondiscendere acriticamente all’immediato impatto emotivo, indotto dalla forza comunicativa suscitata dall’effettiva potente rivolta che mostra al mondo una Francia indomita, capace di ribellarsi con forza contro i sistemi di dominio che ci stanno opprimendo in modo sempre più implacabile.</span></div><div><span class="fs19 ff2"><b>Andreapapi</b></span></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 19 Jun 2016 03:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Per una tecnologia non più ad uso e consumo delle elite]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=oltre_la_tecnologia"><![CDATA[oltre la tecnologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_90wfrmou"><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">&nbsp;</span><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/tecnologia-non-piu-di-elite-1.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/Mano-robot.jpg"  title="" alt="" style="width:169px; height: 120px;" /></a>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;<span class="fs13 ff1">&nbsp;</span><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/tecnologia-non-piu-di-elite-2.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/surrealismo-robotico.jpg"  title="" alt="" style="width:184px; height: 123px;" /></a><span class="fs12">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</span><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/tecnologia-non-piu-di-elite-3.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/produzioni-robotizzate.jpg"  title="" alt="" style="width:173px; height: 123px;" /></a><span class="fs12">&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Domenica 5 giugno 2016 si è svolto in Svizzera un referendum sulla proposta di erogare un “reddito di base incondizionato” per tutti, bocciato con una percentuale di circa il 78%. Per essere approvato avrebbe dovuto conquistare una doppia maggioranza, dei cantoni e dei votanti. L’iniziativa era stata lanciata da un gruppo indipendente, capitanato dal proprietario del Caffè Basilea Daniel Haeni. Pur sapendo che avrebbe avuto scarse probabilità di essere approvata nonostante il grande interesse dell’opinione pubblica, i suoi promotori avevano ugualmente scelto di porre in campo la questione, consapevoli com’erano della sua portata e del dibattito che avrebbe sviluppato.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">La proposta prevedeva che lo stato avrebbe dovuto erogare un reddito mensile per tutti/e dalla nascita alla morte, di 2.500 franchi elvetici (circa 2.250 euro) per gli adulti e di 625 franchi (560 euro) per i minorenni. Intesa a sostegno della dignità umana e del servizio pubblico era sorretta da due tipi di motivazioni. Primo perché la tendenza in atto è che si è destinati a perdere sempre più posti di lavoro a causa dell’automazione dilagante nei diversi settori produttivi. Secondo perché per i promotori una percentuale significativa di persone svolge lavori non riconosciuti e non pagati, come la cura dei bambini o di parenti malati o anziani. Dietro questa proposta c’è senz’altro una visione illuminata, come poteva avere a suo tempo un Adriano Olivetti, che cerca d’intervenire strategicamente secondo una logica di equa distribuzione sociale di quote di benessere.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Trovo particolarmente interessante la motivazione inerente l’automazione, perché tenta di dare una risposta da welfare di un paese avanzato a una problematica socio/economica che nel giro di pochissimi lustri diverrà improrogabile. Sentendola impellente e indifferibile, è una tematica che personalmente avevo in parte già affrontato in due articoli pubblicati su <i>A rivista anarchica</i>:<a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Il-futuro-e-gia-qui.pdf" class="imCssLink"> <i>Il futuro è già qui</i></a>&nbsp;(n 400, estate 2015) e <i><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/-si--Liberiamoci-dal-futuro-del-presente.pdf" class="imCssLink">Liberiamoci dal futuro del presente</a></i> (n 385, dicembre 2013).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Che cosa ai miei occhi la rende “impellente e indifferibile”? Il fatto che quando il lavoro produttivo sarà completamente e definitivamente automatizzato, robotizzato e computerizzato, la manodopera tradizionale scomparirà per essere sostituita da macchine/automi e da robot isomorfi. Una tendenza che sembra inarrestabile, con cui non si potrà non fare i conti. Una prima conseguenza strutturale sarà la scomparsa della classe operaia umana, il proletariato. Al suo posto ci saranno scomparti di macchine e reparti cibernetici, dove la relazione umana sarà ovviamente assente. Non potranno che decadere, forza maggiore, ogni immaginario ed elucubrazione inerenti lotta di classe e rivolta operaia, oltre a ridefinire metodologie sovversive e prospettive di emancipazione.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Pure la borghesia, intesa nel senso classico di proprietaria del capitale, cioè dei mezzi di produzione e della manodopera, non sarà più una figura socio/economica realistica. Chi gestisce la produzione sono sempre meno, anzi ormai non lo sono praticamente più, i capitalisti proprietari, mentre sempre di più il livello produttivo è campo d’intervento della speculazione finanziaria globalizzata, vero territorio di azione per la dominazione degli ambiti socio-politici-economico-finanziari.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Tutto ciò, se non si vuol continuare a viaggiare in un limbo fuori da ogni ambito realistico, non può non comportare una seria revisione delle prospettive per le alternative ai sistemi di potere vigenti, assieme a una ridefinizione dell’immaginario di lotta e del tipo di società alternative all’esistente, fondate su presupposti di eguaglianza, giustizia e libertà, come da sempre gli anarchici auspicano.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Una prima base di riferimento per affrontare una seria riflessione in proposito, può benissimo essere rappresentata dalla profonda riflessione che Bookchin cominciò a sviluppare con largo anticipo già nel 1965, nel saggio <i>Verso una tecnologia liberatoria</i>, pubblicato come capitolo di <i>Post-scarcity anarchism</i> (Edizioni La Salamandra, 1980). Personalmente me ne sono in parte occupato nel capitolo <i><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Cap-20---Umanesimo-anarchico---Scenario-di-liberta.pdf" class="imCssLink">Scenario di libertà</a></i> del mio <i>Per un nuovo umanesimo anarchico</i> (Edizione Zero in condotta, 2009).</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Pienamente consapevole che la materia in questione vada aggiornata e rivista alla luce dei cambiamenti sopravvenuti, trovo tuttora interessante, nella sostanza ancora valido, ciò che Bookchin cominciò a prospettare già allora. Egli sosteneva che le enormi potenzialità della tecnologia robotica e informatica, oggi sviluppatesi ampiamente oltre ogni supposizione immaginaria di allora, non dovessero rimanere mero strumento di elite oligarchiche avide e spietate, le quali ne fanno un uso egoistico meramente finalizzato ad accumuli finanziari spropositati coi quali ricattano e mettono in ginocchio intere popolazioni per conservare il proprio status di implacabile cannibalismo sociale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Sosteneva invece che ci sarebbero concrete possibilità per essere messe a disposizione dell’intera società, sia per liberare l’umanità dalla schiavitù del lavoro, sia perché tutti/e ne potessero beneficiare, sia contribuendo ognuno allo sviluppo generale col proprio sapere e le proprie competenze, sia per fare in modo che il benessere potenziale venisse generalizzato, diventando così patrimonio collettivo distribuito paritariamente, usufruibile da ogni individuo. Il sapere e le invenzioni insomma al servizio di tutti/e, non più privilegio di un’esigua minoranza che se ne serve per schiavizzare il resto dell’umanità a proprio esclusivo vantaggio.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Trovo che sia una tesi ancora grandemente affascinante, soprattutto attuale. Date le tendenze in atto, sempre meno ignorabili, può benissimo diventare parte fondamentale di una visione alternativa ad ampio raggio, in grado di rilanciare e riproporre prospettive di cambiamento radicali adeguate ai tempi, capaci di dare senso ai presupposti di uguaglianza, giustizia e libertà che da sempre l’anarchismo prospetta.</span></div><div><span class="fs19 ff2"><b>Andreapapi</b></span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 09 Jun 2016 10:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'avanzare delle destre]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=destra_e_sinistra"><![CDATA[destra e sinistra]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_8i4gkx79"><div><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Trump.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/Trump.jpg"  title="" alt="" style="width:230px; height: 173px;" /></a>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;<a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Marine-Le-Pen-Front-National.jpg" class="imCssLink inline-block"><img src="http://www.libertandreapapi.it/images/Marine-Le-Pen-Front-National.jpg"  title="" alt="" style="width:294px; height: 171px;" /></a><span class="fs12">&nbsp;&nbsp;</span></div><div><br></div><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">C’è un avanzamento progressivo delle destre sia sul piano politico che su quello culturale. È un fenomeno di portata planetaria che sta prendendo piede con sempre maggior veemenza. Anche se in ogni territorio assume peculiarità proprie, ha comunque caratteristiche identificabili che lo distinguono e lo accomunano dovunque: sentimenti xenofobi, paura dei diversi e degli stranieri, con punte non isolate di razzismo, richiesta di interventi decisi a favore del popolo inteso come identità nazionale, richiesta di leader che abbiano aspetto, cipiglio e determinazione dell’“uomo forte”.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">È una cultura che propugna il dominio di elite volute dal popolo e che promette sottomissione a chi è in grado di venire incontro ai desideri della maggioranza delle popolazioni nazionali. Accetta le elezioni come risoluzione plebiscitaria e spinge per sentirsi al sicuro da supposte possibili invasioni, cercando eventuali soluzioni ai propri problemi all’interno dei confini tradizionali. La paura del futuro, dei “barbari” (come li chiamavano i greci), di perdere le proprie illusorie conquiste e le proprie illusorie sicurezze, sono alla base di questa svolta globale che sta mettendo seriamente in crisi le visioni politiche cui eravamo abituati.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Sono usciti praticamente in contemporanea sul <i>Corriere della Sera</i> un breve saggio di Zigmunt Bauman (<a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Bauman-Corriere-della-sera.pdf" class="imCssLink"><i>L’america e il caso Trump</i></a>) e due articoli su Repubblica, uno di Flores D’Arcais (<i><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Flores-D-Arcais-Repubblica.pdf" class="imCssLink">Trump eccessivo, staff in crisi</a></i>) e l’altro di Federico Rampini (<i><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Rampini-Repubblica.pdf" class="imCssLink">Robert Kagan:“È arrivato il fascismo”</a></i>). Entrambi parlano del caso Trump, vincitore non ancora designato delle primarie repubblicane negli Usa, quale attuale catalizzatore delle tensioni verso destra. Nei suoi comizi e in ogni apparizione pubblica durante la campagna di queste primarie, Trump si propone, spesso con volgarità dozzinali, come deciso sostenitore dell’esclusione degli immigrati, denigratore della cultura democratica perché causa di debolezza, sostenitore esibizionista di un machismo di bassa lega e propugnatore della forza bruta, tipici argomenti di una destra estrema. Il suo proselitismo sta riscuotendo un grande successo nelle file repubblicane, al punto che nel voto delle primarie ha sbaragliato con ampio margine d’anticipo ogni altro contendente. Secondo gli ultimi sondaggi sarebbe anche in testa sulla Clinton, probabile candidata democratica, alle prossime elezioni presidenziali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Rampini e D’Arcais fanno notare come un certo Robert Kagan, già consigliere di George W. Bush e “neocon” esperto di geopolitica, classico uomo di destra importante nel panorama politico statunitense, abbia condannato preoccupato Trump perché apertamente fascista. Si sono rotti gli indugi, sottolineano i giornalisti, e finalmente si ha il coraggio di chiamare la “bestia” col suo vero nome. Solo che ormai è troppo tardi e il partito repubblicano non riesce a contenere la piena che sta permettendo al “neo/fascismo trumpiano” di irrompere con forza nella “grande politica” americana, fino a insidiare democraticamente la Casa Bianca.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Bauman affronta invece il fenomeno da un punto di vista dell’analisi sociologica, cercando di comprendere quali sentimenti e movimenti più o meno sotterranei stiano dando fiato e consistenza a questo avanzare, ormai innegabile, di una destra che con troppa sicumera qualcuno, in modo superficiale, stava dando per spacciata. La risposta che ci offre è interessante e aiuta a riflettere: «<i>Il peccato imperdonabile della democrazia, agli occhi di un numero sempre crescente di quanti dovrebbero beneficiarne, è la sua incapacità ad attuare quanto promette. Il ruolo di uomo o donna forte, che tanto seduce i candidati elettorali, sta proprio nella promessa di agire. In ultima analisi, l’attrattiva dell’uomo o della donna forte si basa su una serie di pretese e promesse che restano ancora tutte da dimostrare.</i>»</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Ciò che Bauman ci offre è senz’altro importante e per molti versi coglie nel segno. Soprattutto non si ferma al caso Trump, ma parte da questo fenomeno per abbozzare un ragionamento su come in generale, in particolare nel mondo occidentale, le destre estreme stiano progressivamente guadagnando terreno. Personalmente aggiungo che non è solo una percezione che la democrazia non ha mantenuto le sue promesse. Oggi constatiamo ovunque come la cosiddetta “democrazia rappresentativa” applicata sia un totale fallimento. Nel farsi ha dimostrato di non riuscire ad essere in alcun modo democratica, fino a poter essere definita una “non-democrazia”. Dando spazio soprattutto agli aspetti del potere, ha in breve annullato ogni vero afflato e ogni vera impostazione concreta di effettiva partecipazione, che erano invece tra le sue promesse fondamentali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">A questa constatazione si accompagna quello che potremmo tranquillamente definire il fallimento/scomparsa della sinistra. Mi riferisco alla sinistra istituzionale, quella che a un certo punto della storia è diventata egemone dentro la “galassia” della sinistra, politicamente ma soprattutto culturalmente. La sinistra rivoluzionaria, molto minoritaria con tutte le sue numerose parrocchie e le innumerevoli frange, ha continuato a sopravvivere totalmente però in modo marginale. La sinistra istituzionale da diversi decenni si è volontariamente suicidata, continuando a definirsi sinistra, o centro-sinistra a seconda dei casi. Ha scelto di abbandonare gli ambiti che l’avevano resa tale: l’anticapitalismo, le tendenze socialiste, l’azione solidaristica/operaia, la propensione cooperativista, l’inclinazione ad agire verso forme concrete di uguaglianza sociale coniugata ad un aumento di libertà, sia individuale che collettiva.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">A un certo punto, in modo chiaro e inequivocabile, ha sposato spudoratamente le tesi più spinte del liberismo capitalista, facendo finta di diventarne un regolatore verso i bisogni sociali, mentre si è trasformata in un garante governativo dei sistemi di ingiustizia sociale vigenti contro cui era sorta. Nei fatti sono fallite sia la componente liberale sia quella socialista riformista, quali componenti innovative per una società più giusta, più equa e più attenta ai problemi dei deboli e degli oppressi, trasformandosi di fatto in elemento di conservazione del sistema che avrebbe dovuto abbattere o superare. In definitiva è morta, probabilmente sepolta, lasciando un vuoto enorme che non è più in grado di colmare, ne forse lo vuole più.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">La destra invece ha saputo rinnovarsi molto. È riuscita a farsi credere la vera garante dei bisogni sociali dei più deboli, soffiando sul fuoco delle paure che suscitano le “bibliche” migrazioni che stanno sconvolgendo il mondo in questa fase storica. Grandi masse di popolazioni terribilmente vessate nei luoghi di origine, massacrate da fame, guerre, dittature assassine, fanatismi oltre ogni umana tolleranza, premono massimamente disperate verso i luoghi del “benessere”, diventato tale anche e soprattutto per averle sfruttate per secoli attraverso un colonialismo spietato e disumano, alla ricerca di una vita che permetta loro un po’ di sollievo e un minimo di dignità. Questa fortissima pressione mette una grande paura, soprattutto perché il “modello benessere” sta completamente saltando e anche nei supposti stati del fu “benessere” in realtà c’è un malessere sempre più diffuso. Dato il “vuoto cosmico” lasciato dalle sinistre istituzionali, su questa paura le destre avanzanti sono riuscite a costruire una narrazione che solletica il bisogno di essere protetti e si sono offerte di fare i protettori garanti dell’identità in pericolo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Di fronte a una tale svolta ritengo che abbia veramente ben poco senso un strategia d’azione tutta improntata a cercare, invano, di attaccare il fenomeno “neo/fascista” con risposte essenzialmente violente. Dalla loro violenza, quando si manifesta, ci si deve ovviamente difendere. Ma è impensabile, e non certamente intelligente, supporre di arginarlo soprattutto con una risposta di evocata “violenza partigiana”. I cambiamenti culturali, e quello dell’avanzata delle destre oggi è essenzialmente culturale, non si reprimono mai con la forza. Se ne rimane schiacciati. Ci si difende per non farsene travolgere, ma non ha senso contrapporvisi muscolarmente. Se ne siamo capaci, dobbiamo invece contrapporre un cambiamento culturale vero, ridefinendo prospettive e senso che richiamino agli autentici valori della sinistra, che non può essere più istituzionale. Dovremmo  mostrare con i fatti, gli esperimenti e le analisi, che si aprirebbero prospettive allettanti se si abbandonassero e si combattessero il punto di vista e le logiche del sistema di cose presente.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Fortunatamente, all’occasione, le destre stesse ci vengono incontro, anche perché non possono tradire la loro vera natura. Interessante in tal senso ciò che riporta Francesco Giliani nel blog <i>Rivoluzione</i> (<i><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Repressione-Le-Pen.pdf" class="imCssLink">Il vero volto di Marine Le Pen</a></i>), che ci fa sapere che la signora Le Pen, la quale da decenni straparla di voler andare incontro ai bisogni del popolo francese, che per questo ha conquistato la simpatia e il voto di tantissimi operai, rispetto alla rivolta che si sta consumando da settimane in tutta la Francia contro la legge del lavoro del socialista Hollande, propone la solita ricetta di ogni autoritarismo dichiarato o mascherato, la repressione delle lotte e le leggi speciali.</span></div><div><b><span class="fs19 ff2">Andreapapi</span></b></div></div><div><br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 15:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Referendum piuttosto ambiguo]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=De_referendum"><![CDATA[De referendum]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_c02zl87k"><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Il referendum indetto per il 17 aprile prossimo rappresenta una particolare conferma di ciò che sostengo da sempre: in Italia, per come è concepito e impostato, l’istituto del referendum è truffaldino. Dal punto di vista politico poi equivale a una vera trappola.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Innanzitutto è solo abrogativo, si può cioè indire esclusivamente per abrogare una legge, o parti di essa, già in vigore (in Svizzera, per esempio, tradizionale “madre putativa” delle pratiche referendarie, si può indire anche per proporre leggi non in vigore che però si ritengono necessarie). È interessante capire che, mentre chi vota (si o no) è in genere convinto di farlo per i contenuti propagandati, cioè contro o pro l’aborto, contro o pro gli inceneritori, contro o pro qualsiasi altra questione in ballo, di fatto giuridicamente quel consenso o dissenso sono riferiti alla formulazione della legge più che al suo contenuto. Ciò che verrà abrogato o confermato non sarà tanto l’aborto, l’inceneritore o quant’altro, bensì il testo che definisce la legge in questione per come è scritto, compresa la punteggiatura. Di fatto, anche dopo un’abrogazione referendaria, se viene cambiata qualche virgola e spostata qualche parola, dando quindi forma diversa alla stesura testuale abrogata, la legge può rimanere. Qualcosa di simile (non ho approfondito formalmente, quindi non conosco i particolari formali) in pratica successe con i referendum sulla caccia e il finanziamento ai partiti che, pur abrogati per volontà popolare espressa, sono tranquillamente rimasti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Altro aspetto niente affatto secondario è che la decisione vera e propria, sia nelle sue espressioni formali sia nella sua sostanza decisionale, non sarà l’esito del voto, bensì verrà presa dal parlamento attraverso i suoi rituali e le sue procedure. Non a caso ciò che noi chiamiamo con la semplice dizione “referendum”, è definito “consultazione referendaria”. Fino a prova contraria democrazia diretta significa democrazia che decide direttamente, non delegata perché non filtrata da alcun medium, né strutturale né formale. L’attuale impianto giuridico-procedurale invece è fondato su una consultazione, solo in piccolissima parte vincolante, quale medium per suggerire cosa dovranno poi decidere gli eletti in parlamento. Ciò dimostra ampiamente che l’istituto referendario italiano non può in alcun modo essere spacciato quale espressione di “democrazia diretta”, come invece viene costantemente contrabbandato dagli addetti ai lavori, anche i più avveduti, non so se per malafede o per ignoranza.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Inoltre, aspetto particolarmente rilevante, l’ammissibilità di un quesito referendario è sottoposta al vaglio della giurisprudenza della Corte Costituzionale, la quale sistematicamente pone vincoli, paletti ed eccezioni che alla fine ne riducono la portata, rendendolo facilmente marginale. Pure interventi ad hoc del parlamento e del governo in carica possono rendere nulle parti di esso e preventivamente condizionarne in modo pesante rilevanza e prospettive.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">È il caso dell’attuale referendum sulle trivellazioni. Sulla spinta propulsiva di 9 consigli regionali erano stati proposti 6 quesiti, miranti a mantenere il ruolo delle Regioni nella pianificazione della ricerca di idrocarburi, a pretendere la definizione senza ambiguità dei titoli delle concessioni, a contenere il proliferare delle ricerche oltre le 12 miglia dalla costa. A dicembre il governo è intervenuto su questi argomenti rendendo vani 5 dei 6 quesiti iniziali. Ne è rimasto solo uno, il più marginale, che richiede di non rinnovare alla scadenza i permessi delle trivellazioni in atto entro le 12 miglia dalla costa, di un insieme di quesiti che, a esser sinceri, fin dalle origini non erano mai entrati volutamente nel merito del problema vero, cioè la scelta delle politiche energetiche e del loro impatto ambientale. Troppi gli interessi, troppe le pressioni lobbistiche e dei potenti, troppa la pressione di una cultura della speculazione finanziaria che prevarica i bisogni di base delle popolazioni e dei territori.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Sia per il fatto di essere un referendum sia soprattutto per come è stato ridotto, il 17 aprile dunque non solo non servirà a nulla, purtroppo sarà un boomerang perché si trasformerà nell’ennesimo strumento di conservazione dell’attuale reazionario stato di cose presente.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Come ha scritto giustamente Mariella Caressa il 3 aprile 2016 sul suo profilo facebook, <i>Votare si, votare no o non votare ai referendum sulle “trivelle” il risultato non cambierà: le trivelle ci saranno lo stesso</i>.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs19 ff2"><b>Andreapapi</b></span><br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 08 Apr 2016 03:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Contro lo jihadismo]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=no_alla_guerra"><![CDATA[no alla guerra]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_4069955m"><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Le analisi si susseguono sulla situazione in atto che, sovrastandoci, ci trasmette un senso d’impotenza. Gli studi che se ne fanno cercano di dare risposta a questa valanga di realismo annichilente che sembra volerci travolgere. Personalmente sono convinto che il fenomeno dello jihadismo, cui stiamo assistendo e che tutti stiamo cominciando a vivere direttamente, sia preoccupante soprattutto per i messaggi necrofili e nichilisti che veicola. Non sono in grado di fornire analisi approfondite in grado di scavare a fondo nel tessuto sociale per elaborare spiegazioni convincenti del perché questo fenomeno abbia preso piede, né in realtà m’interessa. Altri, più interessati e quotati di me, lo stanno facendo e forniscono elementi che fanno riflettere. In tal senso il pensiero più affascinante è senz’altro quello di&nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs13 ff1"><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Tesi-di-Olivier-Roy.pdf" class="imCssLink">Olivier Roy e</a></span><span class="fs13 ff1"><a href="http://www.libertandreapapi.it/files/Tesi-di-Olivier-Roy.pdf" class="imCssLink">&nbsp;Peter Harling</a>, i quali ci suggeriscono, l'uno che si tratta di &nbsp;</span><span style="text-align: left;" class="fs13 ff1"><i>nichilismo generazionale di una gioventù affascinata dalla morte</i>, l'altro che non abbiamo a che fare con&nbsp;</span><i class="fs13 ff1">una radicalizzazione dell’Islam, ma un’islamizzazione del radicalismo</i><span class="fs13 ff1">. Per quel che mi riguarda sono senz’altro asserzioni fondate e corrispondenti al vero.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Queste analisi però si muovono quasi esclusivamente all’interno di un’ermeneutica sociologica, tendente a cercare responsabilità e colpe oggettive, di conseguenza sminuiscono l’apporto individuale. Gli individui non sono soprattutto burattini, quasi totalmente manovrati da apparati che li inducono ad agire. Senz’altro è un aspetto presente, ma esiste anche la scelta individuale che accetta di farsi condurre. Certamente non ci sono automatismi, altrimenti di fronte agli stessi stimoli e alle stesse induzioni tutti/e risponderebbero e reagirebbero nello stesso modo. Il fatto che di fronte agli stessi stimoli alcuni scelgano una cosa e altri un’altra, mi induce a supporre che la valenza individuale sia molto più pregnante di quello che il sociologismo tenderebbe a farci credere.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">È per questo che l’approccio sociologico, pur fornendo una spiegazione sensata del contesto che favorisce, non è esaustivo perché non spiega tutto. A me appare molto più interessante soffermarsi sul livello simbolico dei messaggi che stanno a monte delle scelte e delle azioni ad essi collegate. Con molta semplicità sostengo allora che lo jihadismo è da rifiutare e combattere perché emana messaggi da nemico della libertà, fino a ripudiarne lo stesso concetto. È nemico dell’occidente perché ai suoi occhi è un emanatore della libertà. Esattamente il contrario di quello che pensiamo noi, che consideriamo l’occidente ipocrita, dal momento che mentre a parole inneggia alla libertà nelle sue azioni e nelle sue scelte la ripudia e la impedisce. L’Isis e lo jihadismo, al contrario, lo ritengono propugnatore e emanatore di quella libertà di cui sono nemici.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Lo jihadismo è inoltre sorretto dalla convinzione fanatica di dover imporre teocrazie che vogliono sottomettere e convertire tutti forzatamente. , grande poeta siriano divenuto ateo e vivente a Parigi, lo sottolinea molto bene. Come anarchico sostengo con forza che le teocrazie sono le peggiori dittature, perché rinforzano la già potente mannaia del potere secolare con la mannaia del potere della fede cieca. Così, laddove l’occidente si sorregge sull’ipocrisia perché, al di là delle dichiarazioni di principio, vive di fatto per dare spazio e forza all’avidità di potere e di denaro dei più forti che costringono i più deboli ad essere umiliati e massacrati, lo jihadismo vuole imporre con la forza e la prepotenza un pensiero e un regime teocratici unici, eliminando ogni pensiero ed ogni autonomia individuali.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Per quello che rappresenta non può perciò che essere considerato un nemico, che in quanto tale va rifiutato e combattuto. Essendo anarchico e antimilitarista sono però fermamente convinto che sia profondamente sbagliato contrastarlo e combatterlo sul piano della guerra, innanzitutto perché la guerra è il suo elemento naturale da cui prende senso (jihad significa proprio guerra santa). Naturalmente se si è aggrediti ci si deve difendere, anche con mezzi di contrasto militare se necessario, possibilmente non militaristi, seguendo l’esempio delle/i compagne/i kurde/i in Siria, che fra l’altro risultano vincenti. Il contrasto di fondo si deve svolgere invece sul piano culturale e sperimentale, in opposizione totale alla dittatura di sostanza dello jihadismo, con la sostanza di affermazioni e pratiche di libertà autentica, capaci al contempo di superare e annullare l’ipocrisia endemica dell’occidentalismo capitalista. Al progetto necrofilo e nichilista bisogna allora opporre una credibile e fattiva progettualità di costruzione di reti di socialità e comunità, il sui senso e la cui sostanza siano la libertà delle relazioni tra gli individui, assieme all’apertura creativa verso una pluralità di pensieri e sperimentazioni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs19 ff2"><b>Andreapapi</b></span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 28 Mar 2016 09:17:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.libertandreapapi.it/blog/?id=4069955m</link>
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			<title><![CDATA[L’inciviltà di “anomalie” considerate tali]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=De_unioni_civili"><![CDATA[De unioni civili]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_kfwxoc1u"><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Il ddl Cirinnà ha scatenato, giustamente e inevitabilmente, un dibattito che coinvolge l’intera società, scatenando manie, fobie, integralismi e ideologismi precostituiti, diventando curiosamente occasione di una specie di “guerra di religione” su tematiche che però, almeno a parole, dovrebbero essere solo laiche. Pur considerandomi esterno, in quanto anarchico, a un simile territorio paraideologico con punte di teocraticismo più o meno dichiarato, vorrei dire anch’io la mia, non tanto sulla proposta di legge, che in quanto tale è attinente alla giurisdizione statale, bensì sui contenuti cui s’ispira e che tende a regolarizzare, impregnata com’è, al pari di tutte le leggi statuali, di spirito autoritario.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Personalmente sono contrario all’istituto del matrimonio quale strumento di regolazione, statale o sacerdotale, della volontà di unione tra esseri umani che si amano. Lo considero un’ingerenza tipicamente autoritaria, le cui origini antropologiche sono da addebitarsi più che altro alla volontà androcratica di sottomettere la donna al giogo maschile, cui nel tempo si è aggiunto il giogo clericale con lo scopo d’irregimentare rapporti e desiderio sessuali, sempre considerati pericolosi se lasciati vivere liberamente perché incontrollabili. I primi matrimoni di cui si ha ancora memoria risalgono alla notte dei tempi e nascevano da stipulazioni tra capi, in nome delle reciproche tribù, per sancire accordi o alleanze. Nella coscienza sociale diffusa il matrimonio ha cominciato ad esser considerato come esplicazione di un rapporto amoroso soltanto recentemente, praticamente col romanticismo. Fino ad allora era sistematicamente un accordo tra famiglie, in genere per ragioni di potere e di denaro, mentre sesso e amore erano vissuti di fatto fuori dal matrimonio, liberamente solo dal maschio, il quale relegava le possibilità di movimento della donna alla propria volontà discrezionale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">La “famiglia”, intesa quale termine e quale concetto, è un’imposizione ideologica tesa a incapsulare lo svolgersi delle relazioni personali e dei rapporti sessuali e intimi dentro percorsi predefiniti, a fini di potere e di controllo sociale. Se a ciò che si definisce “famiglia” fosse stato permesso di autoregolarsi nei secoli, sono convinto che difficilmente avrebbe preso la forma che ha assunto istituzionalmente. Non a caso nel mondo varie leggi, come la Cirinnà appunto, tentano di ridefinire e aggiornare in continuazione lo “status familiare”, perché ci si rende conto che quel modello, imposto coll’autorità di un tempo dominato da varie fobie religiose e parareligiose, da tempo non è più in grado di seguire la molteplicità delle esigenze individuali e di gruppo che il divenire delle società spontaneamente comporta.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">La cosiddetta “famiglia naturale” è un non senso. Quando ne sento parlare mi si accappona la pelle. In natura non esiste la condizione familiare umanamente intesa. Essa è stata imposta e inquadrata per ragioni di potere tutte interne all’universo antropico, le quali nulla hanno a che fare con quella che continuiamo a definire “natura”. La “famiglia” è una produzione tipicamente umana, non di tutta l’umanità nel suo complesso e non in tutte le epoche durante i circa quattro milioni di anni in cui si suppone che la specie umana sia esistita nelle sue molteplici forme. La “famiglia” è una tipica produzione culturale, proprio perché umana (antropologicamente la cultura è una caratteristica esclusiva della specie umana), quindi non può in alcun modo essere, se non abusivamente, considerata una manifestazione “naturale”, dal momento che in natura, al di là della convivenza umana e non sempre da quando la nostra specie esiste, non ce n’è traccia da nessun’altra parte e in nessun’altra specie.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Ritengo perciò fuorviante lottare per un riconoscimento matrimoniale da parte dello stato rispetto a coppie fino ad ora marginalizzate o criminalizzate (come gay lesbiche e tutti i generi considerati anomali dalla cultura del potere). Il matrimonio è un’istituzione di per sé autoritaria e castrante, sorta e impostata per tenere sotto controllo le persone nella loro intimità (il fatto che non abbia funzionato in tal senso è perché fortunatamente ciò è impossibile senza una complicità concreta dei controllati). Invece di essere esaltato e valorizzato dovrebbe essere sminuito, snobbato e deriso, deprivato di valore e di senso, usato al di là degli scopi dichiarati ufficialmente se lo si ritiene opportuno, ma mai rivendicato come fine di riconoscimento, che invece ne esalta un valore che non possiede, dal momento che è una forma imposta e condizionante. La diversità dei rapporti, consenzienti ed avulsi da ogni forma di violenza e sottomissione, dovrebbe essere la normalità all’interno di una civiltà autenticamente laica e capace di vivere l’emancipazione come dato costituente. Invece vengono chiamate “unioni civili” le forme di convivenza considerate anomale dal potere, che finora si è rifiutato di legittimarle. La civiltà si dovrebbe al contrario misurare sulla capacità di valorizzare e saper rendere ricchezza la molteplicità delle manifestazioni di convivenza umana, libere e spontaneamente scelte all’interno di una qualità dei rapporti fondata sulla reciprocità.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Si dovrebbe lottare invece per ottenere gli stessi diritti riconosciuti finora legalmente solo alle coppie sposate, senza mettere in discussione i tipi di unione che gli individui scelgono di vivere liberamente, al di là di ogni laccio legale, al di là di ogni imposizione religiosa o politica. Lasciamo stare il matrimonio che è sostanzialmente “affare di stato”, la cui intenzione dichiarata è quella di diventare gestore della vita di coppia uniformandola ai suoi canoni di potere. In questo senso mi sembra torni di attualità ciò che gli anarchici han sempre detto e praticato quando ne hanno trovato le condizioni, ben espresso dal settimo punto del programma anarchico del 1919 della Unione Anarchica Italiana, scritto da Errico Malatesta, che così recita: 7. <i>Ricostruzione della famiglia in quel modo che risulterà dalla pratica dell'amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso.</i></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs19 ff2"><b>Andreapapi</b></span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 25 Jan 2016 21:27:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Possibilità di utopiche azioni]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=Possibilità_utopiche"><![CDATA[Possibilità utopiche]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_3ecx35e4"><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">I percorsi egemoni che in questa fase stanno travagliando il mondo mi appaiono insopportabili e m’inducono verso tensioni di eremitaggio intellettuale. Ciò che si sta manifestando è sempre più orribile. Al contempo è talmente enorme nella sua rilevantissima quantità che m’ingenera un senso d’impotenza travolgente, spingendomi oltre ogni scetticismo possibile. Ho come l’impressione di essere inesorabilmente all’interno di una tragedia globale di dimensioni incommensurabili, che ci sovrasta e ci travolge, annichilendo con la sua inarrestabile veemenza ogni afflato umanistico e ogni possibilità di trasformazione verso orizzonti di tipo libertario. Stiamo veramente vivendo una trasformazione, la quale purtroppo marcia drammaticamente verso un ammasso di catastrofi, le cui entità a tutt’oggi sono ancora inimmaginabili, anche se del tutto supponibili.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Da tempo siamo immersi in un clima, generale e generalizzato, che non solo non favorisce, ma addirittura sabota, le possibilità di diffusione di comportamenti e modi d’essere di solidarietà sociale, insostituibile base per il sorgere e l’estendersi di società di tipo libertario, fondate cioè sulla libertà come base delle relazioni sociali. Nei momenti di sconforto mi sento travolto da un ammasso incontrollabile di marcati egoismi e di avidità, individuali e collettivi, che costantemente incoraggiano a ingannare, truffare, raggirare chiunque, indipendentemente dal ceto o categoria sociale di appartenenza. È come se lealtà e onestà fossero ormai disvalori, mentre impera un diffuso egoistico interesse meramente personale quale ambita meta.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">So perfettamente, o penso di sapere, che tale situazione in realtà ha preso pienamente corpo e si svolge nei piani cosiddetti alti della società. Là dove allignano e agiscono politicanti di professione, arrivisti, spregiudicati avventurieri della finanza, imprenditori senza scrupoli, leccaculi e cicisbei del vasto sottopotere burocratico, delle ampie corruttele e delle filiere malavitose. Un territorio socio-affaristico cui non riusciamo a sottrarci, molto più ampio di ogni nostra più pessimistica supposizione, che tiene in piedi questa traballante e scomposta compagine sociale.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Ma subito dopo mi viene in mente che un tale mefitico assetto non potrebbe reggersi in piedi che per poco tempo se non trovasse ampie connivenze nell’insieme della società, se non corrispondesse in qualche modo a un immaginario desiderante molto, troppo, diffuso, se in realtà non fosse la realizzazione di tensioni e desideri, più o meno confessati, di un amplissimo spettro sociale di cosiddetti “normali cittadini”. A tutti gli effetti è la “servitù volontaria” di boetiana memoria, aggiornata e applicata all’oggi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Di fronte a tutto ciò è ben magra consolazione constatare (o supporre ch’è la stessa cosa) che si tratti del frutto arci/malato di una sistematica educazione del “buon vivere” derivata da capitalismo, liberismo finanziario e liberalismo applicato in auge. Il “vivere comune” si è talmente de/eticizzato che è ormai considerazione condivisa, luogo comune diffusissimo, pensare e agire per procacciarsi denaro ad ogni costo e nel proprio esclusivo interesse. L’arricchimento e il benessere, o considerato tale, che da esso dovrebbe derivare sono lo scopo esistenziale preminente. Che poi ci si riesca o no non ha nessuna importanza. L’immaginario egemone è questo e condiziona al 100% ogni scelta o propensione individuale e collettiva.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Involontariamente il liberalismo applicato imperante è riuscito a mettere in auge un’ipocrisia di fondo che domina incontrastata. Il liberalismo si è profuso e continua a profondersi in nobili dichiarazioni, in stesure di costituzioni e trattati giuridici in cui si proclamano a pieno titolo la libertà e il riconoscimento dell’altro, del diverso, delle differenze e dei diritti, senza distinzione di razza o di credo religioso. Nei fatti, il liberalismo applicato imperante nega sistematicamente la realizzazione di ciò che afferma e sancisce. Parla di democrazia rappresentativa mentre i politicanti eletti in auge ormai non rappresentano che se stessi, addirittura in contrasto con chi li elegge. Parla di dignità del lavoro mentre le condizioni di chi lavora sono sempre più umilianti, deprimenti e vicine a nuove forme di schiavismo. Parla di estensione di diritti e di legge uguale per tutti, quando i diritti sono sistematicamente negati ai più mentre l’applicazione giuridica è immancabilmente fallace e generatrice di ingiustizie. Inoltre, fin dal suo sorgere parla di libertà e uguaglianza sociale, mentre le sue realizzazioni fanno aumentare continuamente disuguaglianze, ingiustizie e privilegi.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Parliamo di liberalismo perché è l’unico pensiero politico post/rivoluzione francese che ha vinto, si è installato ed ha avuto la possibilità di evolversi e ampliarsi, trasformandosi fino a rinnegare, con le sue realizzazioni, i presupposti fondanti che l’avevano distinto. Ma potremmo benissimo parlare anche di socialismo, che per tanti versi ha anch’esso avuto ampie possibilità di dimostrarsi alla prova dei fatti. Le due vie con cui si è proposto hanno entrambe egemonizzato la sinistra nel suo complesso, ma i fatti hanno ampiamente dimostrato il suo endemico fallimento.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">La via rivoluzionaria, il bolscevismo, è tracollata nel 1989 con l’abbattimento del muro di Berlino, non sconfitta, sia chiaro, dall’imperialismo capitalista, ma implosa perché incapace a sussistere in quanto progetto socio/economico. I residui che ne sono in qualche modo rimasti, dal punto di vista socialistico, fanno accapponare la pelle. La Corea del nord appare come una farsa di se stessa, tenuta sotto la sferza di un dittatore “folle” che si diverte a giocare con le bombe atomiche per soddisfare le proprie manie di grandezza. La Cina invece, quasi un capolavoro dell’assurdità, è riuscita a coniugare ciò che fino a qualche decennio fa era impensabile, il peggio del bolscevismo col peggio del capitalismo, tenendo a forza in piedi un mostro generatore di illibertà, ingiustizie, privilegi e ineguaglianze.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">La via riformista, l’opzione socialdemocratica, nata per realizzare lo stato socialista attraverso le riforme che avrebbero dovuto soppiantare, un passo dopo l’altro, lo stato borghese, aspirando a superare nei fatti il regime della proprietà privata e del mercato capitalista, è praticamente scomparso di scena. Pur essendo divenuto egemone in diversi parlamenti nazionali ed avendo ampiamente governato diversi stati occidentali, nel giro di qualche decennio è stato di fatto assorbito dallo stato “borghese” che avrebbe dovuto soppiantare e non è più in grado di proporre una propria visione delle cose. Gli ultimi vagiti della socialdemocrazia teorica, dopo aver riconosciuto l’ineluttabilità del capitalismo quindi il non senso a contrastarlo, straparlano di regolarizzarlo per tentare di renderlo meno iniquo o, ultimissime, di rinegoziare le regole per riuscire a salvare il salvabile del welfare che dovunque sta affondando. Di fatto il socialismo non esiste più come ipotesi socialista se non in certe frange criptiche e nostalgiche di un passato fallimentare, che sopravvivono nell’inconsapevolezza della sua improponibilità.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Di tutte le idee di emancipazione che si originarono nel fine settecento/ottocento, non ha tracollato solo l’anarchismo, rimasto ai margini e reso impotente, perché gli è sempre stato impedito ogni tentativo di realizzazione. Non potendo manifestarsi non ha potuto neanche far emergere i propri limiti. Ma guardando il clima generale che oggi si prospetta penso che sia proprio improponibile, come invece ci si era illusi per più di un secolo, ogni tentativo di addivenirvi attraverso una rivoluzione palingenetica, cioè quale evento risolutivo.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Ammesso anche, cosa di cui dubito con quasi certezza che non sarà, che si riuscisse ad abbattere un potere in auge, sono convintissimo che sarebbe poi quasi impossibile dare avvio a processi di emancipazione libertaria. Proprio per il clima sociale di cui ho accennato all’inizio. Se non in quantità del tutto irrilevante, infatti, gli esseri umani non sarebbero disponibili a praticare libertà e solidarietà sociale, proprio perché da troppo tempo sono abituati, quindi auto/educati, a vivere egoisticamente e in modo antisociale. La rivolta vittoriosa potrebbe servire se ci fosse la predisposizione collettiva a voler vivere la libertà. Ma nel momento in cui la predisposizione è praticamente all’opposto, la rivolta vittoriosa potrebbe al contrario innestare pericolosamente processi di feroce antilibertarismo e nuove oppressioni.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1">Ciò che potremmo realisticamente fare è approntare fin d’ora, dove si riesce, luoghi di sperimentazione libertaria che, oltre a sperimentare la libertà di relazioni più radicale e coerente possibile, siano anche e soprattutto luoghi di autoeducazione, individuale e collettiva, alla solidarietà sociale e alla lealtà nel rapporto tra individui. Ma anche praticarla nella quotidianità vigente, ovviamente nei limiti del possibile. Luoghi e pratiche da estendere e propagandare, tesi ad ampliarsi e non ad auto ghettizzarsi, perché la rivoluzione libertaria potrà diventare un fatto diffuso ed esteso soltanto se si estenderà la volontà e la mentalità di realizzarla veramente.</span></div><div><span class="fs19 ff2">Andreapapi</span><br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 13 Jan 2016 16:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Daesh e l'occidente]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=No_alla_guerra"><![CDATA[No alla guerra]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_vbm8t08o"><div style="text-align: justify;"><span class="fs13 ff1"><b>L’occidente strumentalizzato dalla jihad</b></span></div><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">Dopo gli ultimi attentati di Parigi da parte di Daesh (il sedicente stato islamico), sta scorrendo nei media e in internet un fiume inarrestabile di parole, impossibile da seguire nella sua interezza. Moltissimi deplorano e condannano, altri deviano la condanna verso il vecchio e mai decaduto imperialismo americano, altri ancora straparlano di complotti segreti, di logge occulte, di interessi iperbolici e deviazioni di intelligence che starebbero dietro alla miriade di stragi che stanno costellando il nostro disgraziato pianeta in questa martoriata fase del suo divenire.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">Personalmente, siccome non sono addentro alle “segrete cose” (senz’altro per volontà mia, ma anche perché sono talmente marginale da non meritare una convergenza di qualsiasi tipo con nessuna di esse), con molta umiltà mi limito a ragionare usufruendo del buon senso che ancora non mi ha abbandonato, senza nulla voler togliere a chi vanta conoscenze e informazioni che non possiedo. Nonostante questo marasma anch’io ho voglia di dire la mia, per quei pochi che hanno tempo libero e volontà di ascoltarmi, perché ci sono alcuni punti che ritengo imprescindibili per la comprensione delle cose.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">Che siamo immersi in un oceano di ambiguità e ipocrisia, terribilmente sempre più disumano, mi sembra un dato di fatto che non ha bisogno di dimostrazione. Che siamo perennemente sottoposti a inganni, raggiri, ricatti ed estorsioni da ogni parte, mi sembra anch’esso un dato incontrovertibile. Per cui è senz’altro sicuro che siano instancabilmente in opera centrali, sia occulte sia palesi, del terrore, della calunnia, dei complotti, dell’annientamento della verità e della libertà. Ma da queste constatazioni a sapere esattamente come stanno davvero le cose ce ne passa. Non è “buona politica”, come si diceva ai tempi delle nonne, prendere per buono tutto ciò che ci viene propinato con tanta dovizia e racconti avvincenti. Certo è che mi sento di dire che chiunque sia a tirare le fila, ammesso che ce ne sia qualcuno in particolare, non può che avere tutto l’interesse a convincerci che siamo davvero sottoposti a una tale cappa impenetrabile di orrori che ci sfuggono e che ci dominano in toto, regalandoci la spiacevole sensazione che nulla possiamo per tentare di sottrarci a un simile tirannico dominio. Si tratta senz’altro di una forma ben congegnata di terrorismo di potere, che si mantiene ben saldo sulla nostra impotenza indotta.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">Entrando nel merito un po’ più in specifico, ritengo che le responsabilità dell’occidente, in particolare degli USA, rispetto alla situazione che stiamo subendo siano innegabili. La stessa Hilary Clinton lo ha ammesso pubblicamente durante la sua campagna elettorale. Responsabilità pesanti, che vanno dall’aver addestrato e armato fino ai denti questi signori della guerra quando si supponeva che fossero pedine nello scacchiere internazionale, a seguitare, ora attraverso canali illegali, a fornire armi micidiali agli assassini, continuando con una stupida cecità congenita a ritenere più importanti gli affari, qualunque tipo di affari, di qualsiasi altra cosa. È innegabile che questo sostrato molto consistente sia un humus particolarmente nutriente che permette a Daesh di mantenersi in forma, anche perché armi e munizioni non se le fabbrica da sola, come pure ha a disposizione acquirenti molto compiacenti che comprano il petrolio di cui si è impadronita permettendole un costante flusso di denaro con cui paga i propri mercenari e organizza stragi, massacri e attentati.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">Ma l’ambiguità e le connivenze occidentali si fermano qui (ed è già tantissimo, troppo troppissimo, sia chiaro!). Non possiamo infatti incolpare l’occidente, come sembra vogliano fare certi fanatici antiamericani “a prescindere…” (per dirla alla Totò), di essere Isis ciò che è e di voler che faccia ciò che dichiara. Solo Isis, non altri al posto suo, può pensare e volere ciò che effettivamente fa e pensa.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">Il modo come concepisce la donna, nella massima parte dei casi sottomessa e schiavizzata, se non addirittura brutalizzata. La fede cieca in Allah e nell’interpretazione jihadica come azione militare spietata. L’applicazione della sharīʿa (la legge islamica), tradotta attraverso un radicalismo teocratico che non ammette repliche. Il disprezzo dichiarato di ogni forma di libertà e di pratiche democratiche. Il condannare a morte atei omosessuali e miscredenti in genere. La legge del taglione applicata in modo feroce a tutti i tipi di reato, la lapidazione come esecuzione della pena di morte. Tutte queste caratteristiche di gestione della società non sono certamente frutto dell’ingerenza occidentale, mentre sono espressione esclusiva di un islamismo che ritengo degenerato, fanatismo religioso regressivo frutto di un’ermeneutica degradata che si autoritiene risalente alle origini, in realtà nemica di ogni visione libertaria, ogni laicismo e ogni modernità. Mentre noi stiamo vivendo lo sfascio di un “post/moderno” ormai fuori moda, loro ripropongono con criminale fanatismo antiumanista un aberrante “pre/modernismo”.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">Sotto un certo punto di vista, con uno sguardo non canonico, si potrebbe dire che hanno fatto finta di essere usati, facendosi ben addestrare e armare e conoscendo i nostri punti deboli, per poi usarci a loro volta al fine di imporre anche a noi il loro congenito dispotismo su tutto e su tutti.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs19 ff2"><b>Andreapapi</b></span><span class="ff1">&nbsp;</span><br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 19 Nov 2015 12:04:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.libertandreapapi.it/blog/?id=vbm8t08o</link>
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			<title><![CDATA[De Luca assolto]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=libertà_d'opinione"><![CDATA[libertà d'opinione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_j2t68n8s"><div style="text-align: justify;"><span class="fs10 ff1">De Luca è stato assolto. Noi brindiamo alla sua non carcerazione perché un altro uomo non è stato incarcerato e questa ci sembra una gran bella notizia. Un intellettuale, coerente nell’uso del proprio intelletto, è stato prosciolto dall’accusa di istigare perché, probabilmente (ancora non sono ufficiali le motivazioni della sentenza), volterrianamente è stato riconosciuto il diritto di esprimere un’opinione, qualunque essa sia. Al di là di tutto non spetta a noi giudicare se lo stato ha fatto bene o male. Sono problemi suoi, proprio perché non è mai stato vero che “lo stato siamo noi”. A noi spetta gioire perché chi si è espresso come riteneva opportuno senza temere le conseguenze è, per ora, riuscito a farlo senza subire la “mannaia” del potere, qualunque siano le ragioni per cui il potere ha scelto di prosciogliere chi per un po’ ha supposto suo nemico.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs10 ff1">Personalmente sono convinto che il potere, in questa contingenza, abbia tentato, come si suol dire, di “salvare capra e cavoli”. Ha temuto di passare per tiranno se lo condannava e cercherà in tutte le maniere di scindere tra il punto di vista e l’azione. L’intento mi sembra quello di far trionfare l’ambiguità per cui si è liberi di affermare che “è giusto sabotare”, ma “non si è liberi di farlo”. È un giochino che non so quanto e se potrà reggere. Mentre so che è perfettamente in linea con l’ipocrisia imperante secondo cui “il popolo è sovrano” nelle affermazioni di principio, ma di fatto è solo e sempre sottoposto a chi governa e decide per esso.</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 20 Oct 2015 14:26:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.libertandreapapi.it/blog/?id=j2t68n8s</link>
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			<title><![CDATA[Post/referendum greco]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=caos_europeo"><![CDATA[caos europeo]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_jw9u7483"><span class="ff1"><b>Due parole sul dopo/referendum greco</b></span><div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12 ff1">Ormai tutti ne hanno preso atto. Col referendum greco di domenica quasi il 70% dei votanti ha detto no all’accordo che favorisce la politica finanziaria degli strozzini internazionali del Fmi e degli oligarchi dell’euro. Finito il sacrosanto entusiasmo per un punto di vista collettivo che dichiara apertamente che non vuole più subire il rigore per sprofondare nell’immiserimento più nero, c’è però da chiedersi se questo “no” maggioritario servirà seriamente a qualcosa.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">Gli strozzini e gli oligarchi sono stati per caso bloccati? Non mi sembra. Ho anzi l’impressione che si siano rimessi con grande alacrità al lavoro, per ritessere le fila di questo breve momentaneo blocco e per riappropriarsi in pieno della loro sistematica capacità di predarci.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">Il popolo greco ha per caso colto l’occasione per cominciare a ridefinire una nuova socialità sganciata dal cappio dell’imposizione finanziaria e capace di autogestire la propria vita? Non se ne vedono i segni né i segnali di un vero inizio di rinnovamento, mentre si ha tutta l’impressione che la società greca stia marciando inesorabilmente verso il baratro che gli assetti di potere incombenti le hanno destinato.</span></div><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">Pur gioendo anche noi per il bel respiro di libertà che quel popolo per un attimo, ahimé fin troppo breve, ha goduto, siamo purtroppo costretti a constatare che ancora una volta, l’ennesima, l’agire nella loro legalità, con gli strumenti legittimi dei sistemi di potere vigenti, inesorabilmente porta a ritornare in pieno tra le loro malefiche grinfie. Eppure la storia secolare dovrebbe insegnarci! Se ci si vuole sottrarre alla cappa plumbea dei poteri in auge bisogna sottrarsi alle loro spire e gestire direttamente le proprie esistenze al di fuori della loro portata mortale.</span></div><div><span class="ff1"><b><br></b></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Jul 2015 13:47:00 GMT</pubDate>
			<link>http://www.libertandreapapi.it/blog/?id=jw9u7483</link>
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			<title><![CDATA[Rivolta contro il sistema o pubblicità?]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=Sovversione"><![CDATA[Sovversione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_6yo6y2m7"><span class="fs10 ff1">Il problema si ripropone. Il 1 maggio 2015 a Milano, in occasione dell’apertura ufficiale dell’EXPO, il bisogno di rivolta radicale e totale contro il sistema di cose presente prorompe e s’impone. Innegabilmente è un sacrosanto diritto di tutti gli oppressi e tutti gli sfruttati, fa parte della tradizione di lotta operaia, rientra nelle tattiche rivoluzionarie.</span><div><span class="fs10 ff1">O.k., d’accordo, ma chi se ne frega. Dovrà pure in qualche modo essere e rappresentare un danneggiamento, un sabotaggio, un’azione di lotta contro il sistema? L’uso della violenza, quale mezzo di risposta adeguata per combatterlo, dovrà pur risultare effettivamente mezzo che perlomeno mette in difficoltà il sistema contro cui si scaglia?</span></div><div><span class="fs10 ff1">Guardiamo cos’è successo in questo caso e quali risultati ha determinato. Tutto il baraccone scandaloso dell’EXPO si trovava in notevole difficoltà ed era ampiamente screditato a molti livelli. Scandali di corruzione, lavori non completati secondo gl’impegni, gli interventi promessi all’atto della designazione ufficiale, per i quali Milano aveva vinto, completamente dimenticati (si è letteralmente fatto tutt’altro), non ultimo una grossa cementificazione che poi sarà abbandonata e un dilatarsi spaventoso dei costi di realizzazione (solita roba scandalosa all’italiana insomma). Contemporaneamente stava montando un movimento trasversale anti/EXPO consapevole, puntualmente critico ed anche determinato che aveva promosso le “cinque giornate di Milano contro l’EXPO”.</span></div><div><span class="fs10 ff1">Dopo l’intervento, ampiamente previsto da tutti, del cosiddetto “blocco nero” il primo maggio giorno dell’inaugurazione, l’EXPO ha avuto un grande successo d’inaugurazione, almeno in questa prima fase non sembra più screditato come invece lo era prima, c’è stata una mobilitazione solidale di cittadini per riparare i danni provocati, c’è un afflusso molto consistente di visitatori che permette agli organizzatori, per ora, di dichiarare il successo, sempre per ora la critica che stava montando a tutte le porcate dell’EXPO tace, le preannunciate cinque giornate di contestazione sono saltate. Bhé! Mi vien da dire spontaneamente che una pubblicità migliore l’EXPO non sarebbe certo riuscito a darsela da solo. Ed è incontestabile (almeno credo) che il noto “blocco nero”, nolente o volente non è dato saperlo (perlomeno a noi comuni mortali), ha reso un servizio notevole di pubblicizzazione e di rafforzamento degli atti del dominio, proprio quelli che si dovevano contestare in modo radicale e sabotare. Il che, vien da pensare, non contraddice la scelta dichiarata delle forze dell’ordine di “lasciarli fare per non dar adito a cose peggiori”.</span></div><div><span class="fs10 ff1">Miglior servizio al potere non lo si poteva fare.</span></div><div><span class="fs10 ff1">---------------------------------------------------------------------</span></div><div><span class="fs10 ff1">17 maggio 2015</span></div><div><span class="fs10 ff1">Patrizia Chiesa nel suo diario in facebook ci comunica: «Milano sotto attacco. Sono i White Block, sono nati dopo il primo maggio e stanno crescendo a macchia d'olio. Distruggono qualsiasi segno presente sui muri di Milano, puliscono anche i marmi con i nomi delle vie. Sono armati di sbiancanti, pennelli e tute bianche. Leroy Merlin è sotto attacco. Brico sta resistendo. Non si possono identificare per via delle mascherine anti acari. Un gruppo è stato bloccato e disarmato all'ingresso del Cenacolo. E' stato istituito un numero verde per le vittime dei white block.» Quando l’ho letto non ho potuto fare a meno di pensare, per analogia, ai famosi “opposti estremismi” degli anni settanta. I “block” sia in versione “white” sia in versione “black”, l’una espressione riflessa antitetica dell’altra, non sembrano proprio “avere molto sale in zucca”. Come si muovono fanno danni e lasciano solo un disgustoso senso d’amaro in bocca.</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 05 May 2015 13:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Crisi della sinistra]]></title>
			<author><![CDATA[Andrea Papi]]></author>
			<category domain="http://www.libertandreapapi.it/blog/index.php?category=destra_e_sinistra"><![CDATA[destra e sinistra]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_48746517"><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">Crisi della sinistra e conseguentemente della coppia destra/sinistra, oltre, ben al di là, dei vincoli valoriali che avevano tentato di imbrigliarle in gabbie identitarie rivelatesi inaccessibili. Sono entrate definitivamente in crisi con l’entrata in crisi della politica in quanto tale.</span><br></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="fs12 ff1"><b>Destra e sinistra non rappresentano più definitivamente categorie identitarie di riferimento per comprendere lo svolgimento politico nel suo manifestarsi.</b></span></div><div style="text-align: justify;"><br></div><div style="text-align: justify;"><span class="ff1">La sinistra, in particolar modo in Italia, ha accettato di trasferire l’identificazione di sé dal senso culturale originario (liberazione ed emancipazione dal potere e dallo sfruttamento) all’egemonia politico/culturale del socialismo autoritario (in entrambe le versioni, rivoluzionaria bolscevica l’una e socialdemocratica l’altra). Dapprima si è così impoverita la tensione primordiale che l’aveva sia generata sia motivata, poi si è deprivato di senso il suo esserci. Quando poi la prova dei fatti ha dimostrato l’inconsistenza congenita del suo messaggio la sinistra è diventata impresentabile, soprattutto perché si sono dimostrati impresentabili prima la realizzazione rivoluzionaria bolscevica poi il riformismo socialdemocratico. Se avesse accettato di vivere le sue esperienze fallimentari come strade da sperimentare e non come identità univoche, dichiarando di fronte al fallimento di voler cambiare dando avvio a un nuovo esperimento emancipatorio, magari di stampo libertario, oggi la sinistra esisterebbe ancora, più fulgida che mai. In particolare avrebbe dovuto lasciare aperto lo spazio e la legittimità alla progettazione anarchica, perché irriducibile al capitalismo e al centralismo autoritario politico.</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 01 Apr 2015 10:24:00 GMT</pubDate>
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